Imponibili ai fini Irap i contributi erogati dalle Regioni alle imprese di trasporto pubblico locale

Sono da includere nella base imponibile Irap, i contributi erogati dalle Regioni alle imprese esercenti il trasporto pubblico locale, anche se non assoggettati alla imposte sui redditi (Corte di cassazione – ordinanza n. 29192/2019).

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione che si espressa sull’imponibilità ai fini Irap dei contributi regionali percepiti dalle aziende di trasporti urbani.

A tal riguardo, i giudici della Corte hanno chiarito che, ai fini Irap, devono essere inclusi nel calcolo della base imponibile tutti i contributi erogati a norma di legge, ivi compresi quelli versati alle imprese esercenti il trasporto pubblico locale al fine di ripianare i disavanzi di esercizio, sebbene non assoggettati alle imposte sui redditi

Sono invece da escludere dal calcolo della base imponibile Irap, i contributi per i quali l’esclusione dalla base imponibile sia prevista dalle relative leggi istitutive ovvero da altre disposizioni di carattere speciale o rispetto ai quali la legge istitutiva preveda espressamente la specifica correlazione a determinati componenti negativi non ammessi in deduzione ai fini IRAP.

Turismo : Emissione MAV di novembre al Fondo Fast

Turismo : Emissione MAV di novembre al Fondo Fast

Entro il 30 novembre dovranno essere pagati i contributi per i lavoratori per i quali si sta procedendo al rinnovo dell’iscrizione al Fondo di assistenza sanitaria FAST per i dipendenti da aziende del settore turismo.

Il suddetto Fondo comunica alle aziende del settore turismo che la prossima emissione dei MAV avverrà il 21 novembre 2019 e riguarderà i MAV richiesti entro il 19 novembre 2019.
I relativi pagamenti dovranno avvenire entro il 30 novembre 2019.

“Contratto misto” in regime forfetario

La causa ostativa relativa alla fuoriuscita dal regime forfetario non trova applicazione in caso di “contratto misto”, laddove non sia ravvisabile un preesistente rapporto di lavoro dipendente e l’utilizzo del c.d. contratto misto non comporti artificiose trasformazioni di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 13 novembre 2019, n. 484).

La legge n. 190 del 2014, all’articolo 1, commi da 54 a 89, ha introdotto un regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. La legge di bilancio 2019 ha modificato, con portata estensiva, l’ambito di applicazione del regime forfetario. Tra le altre modifiche apportate, si rileva la riformulazione di alcune delle cause ostative all’applicazione del regime forfetario e, per quanto concerne il quesito posto dall’Istante, di quella di cui alla lettera d-bis) del comma 57dell’articolo 1 della legge n. 190 del 2014.
La richiamata lettera d-bis) del comma 57 prevede che non possono avvalersi del regime forfetario “le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta, ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro, ad esclusione dei soggetti che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni”.
Nell’istanza presentata all’Amministrazione finanziaria, la Società istante oltre ad avvalersi della figura professionale del consulente finanziario con contratto tipico di mandato o di agenzia, ha adottato, per l’offerta di prodotti finanziari alla clientela, una soluzione contrattuale denominata “contratto misto”, come contrattazione di secondo livello con le Organizzazioni Sindacali più rappresentative.Tale tipologia contrattuale prevede che la Società attivi – in capo alla stessa persona – un rapporto di lavoro subordinato part-time a tempo indeterminato e,contestualmente, uno, parallelo e distinto, di lavoro autonomo, previa sua iscrizione all’Albo dei consulenti finanziari, condizione necessaria per lo svolgimento dell’attività di promozione, collocamento di prodotti finanziari e servizi di investimento in un luogo diverso dalla sede della società.
Con riferimento alla fattispecie rappresentata si ritiene che per i c.d. “contratti misti” stipulati dalla Società successivamente all’entrata in vigore della modifica normativa – tenuto conto, peraltro,che tale tipologia contrattuale è stata istituita da un accordo sindacale sottoscritto in data 1° febbraio 2017 (quindi anteriormente all’entrata in vigore del nuovo testo della norma in analisi) – laddove non sia ravvisabile un preesistente rapporto di lavoro dipendente e l’utilizzo del c.d. contratto misto non comporti artificiose trasformazioni di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo, la causa ostativa non trovi applicazione. Resta inteso che laddove il duplice rapporto di lavoro(autonomo e dipendente) dovesse subire modifiche sostanziali, nel corso della durata dello stesso, volte a traslare una quota di redditi percepiti dalla tipologia di redditi di lavoro dipendente a quella di redditi di lavoro autonomo, la causa ostativa in parola troverebbe, senza dubbio, applicazione con conseguente fuoriuscita dal regime forfetario nel periodo d’imposta successivo a quello in cui si verifica il predetto mutamento sostanziale, ravvisandosi, in tali ipotesi, l’artificiosa trasformazione di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo, che la norma mira a contrastare.
Da ultimo, è appena il caso di precisare che, qualora l’attività di lavoro autonomo nei fatti rappresentata, dovesse essere un’attività effettivamente riconducibile, ai fini fiscali, ad un rapporto di lavoro da cui ritrarre reddito di lavoro dipendente o assimilato a quello di lavoro dipendente – circostanza su cui rimane fermo il potere di controllo dell’amministrazione finanziaria – il regime forfetario in commento non potrà, in ogni caso, trovare applicazione.

Casse professionali, esclusa la debenza di contributi di solidarietà di natura regolamentare

Esula dai poteri riconosciuti dalla normativa vigente, la possibilità delle Casse privatizzate di emanare un contributo di solidarietà in quanto esso non può essere ricondotto ad un “criterio di determinazione del trattamento pensionistico”, ma costituisce un prelievo che può essere introdotto solo dal Legislatore (Corte di Cassazione, sentenza 12 novembre 2019, n. 29292).

Una Corte d’appello territoriale, confermando la decisione resa dal Tribunale di prime cure, aveva accolto la domanda proposta da un professionista nei confronti della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Dottori Commercialisti, intesa a conseguire la declaratoria di non debenza del contributo di solidarietà imposto dalla Cassa, con riferimento al periodo 2009/2013. Secondo la Corte territoriale il contributo predetto era illegittimo sulla base del principio per cui, una volta maturato il diritto alla pensione di anzianità, l’Ente previdenziale debitore non può con atto unilaterale, regolamentare o negoziale, ridurne l’importo, tantomeno adducendo generiche ragioni finanziarie, poiché ciò lederebbe l’affidamento del pensionato nella consistenza economica del proprio diritto soggettivo, costituzionalmente tutelato (art. 3).
Ricorre così in Cassazione la CNPADC, lamentando principalmente che Corte territoriale non avesse considerato la possibilità di adottare, da parte di tutte le Casse privatizzate, i necessari provvedimenti all’equilibrio di bilancio, legittimando così la prevista trattenuta.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Alla luce, infatti, del recente orientamento di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 10 dicembre 2018, n. 31875), esula dai poteri riconosciuti dalla normativa vigente, la possibilità delle Casse di emanare un contributo di solidarietà in quanto esso, al di là del nome utilizzato, non può essere ricondotto ad un “criterio di determinazione del trattamento pensionistico”, ma costituisce un prelievo che può essere introdotto solo dal Legislatore.
Tantomeno può incidere in senso modificativo la sentenza con cui la Corte costituzionale ha sancito la legittimità costituzionale della norma di cui all’articolo 1, comma 486, della Legge n. 147/2013, sostanziandosi la pronunzia nell’affermata congruità del prelievo disposto da tale previsione legislativa, e non da una norma di natura regolamentare o negoziale, rispetto alle condizioni enunciate dalla stessa Corte costituzionale per la legittimità dell’intervento, ovvero l’operare all’interno del complessivo sistema della previdenza, l’essere imposto dalla crisi contingente e grave del predetto sistema, l’incidere sulle pensioni più elevate, il porsi come prelievo sostenibile, il rispettare il principio di proporzionalità, l’essere comunque utilizzato come misura una tantum.

Bonus bebè: rinnovo ISEE per erogazione mensilità riferite all’anno 2019

Sebbene la domanda di assegno di natalità si presenti di regola una sola volta, solitamente nell’anno di nascita o di adozione del figlio, è necessario che il beneficiario dell’assegno rinnovi la DSU, ai fini della verifica dell’ISEE, per ciascun anno di spettanza del beneficio. E’ pertanto indispensabile che gli utenti che non abbiano provveduto ancora a tale adempimento, presentino la DSU per l’anno in corso entro e non oltre il 31 dicembre 2019.

A decorrere dal 1° gennaio 2015 l’Inps gestisce le domande di assegno di natalità di cui all’articolo 1, commi da 125 a 129, della legge n. 190/2014 (c.d. bonus bebè). L’articolo 1, commi 248 e 249, della legge n. 205/2017 ha riconosciuto lo stesso beneficio anche per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 fino al compimento del primo anno di età ovvero del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito di adozione. L’articolo 23-quater del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2018, n. 136, ha previsto che l’assegno di natalità è riconosciuto anche per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2019 fino al compimento del primo anno di età ovvero del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito di adozione, stabilendo inoltre che in caso di figlio successivo al primo, nato o adottato dal 1° gennaio 2019 al 31 dicembre 2019, l’importo dell’assegno è aumentato del 20%.
Per poter richiedere l’assegno deve essere presentata, preliminarmente, una Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), ove siano ricompresi nel nucleo familiare anche i dati del figlio nato, adottato o in affidamento preadottivo per il quale si richiede il beneficio. In base alla normativa vigente, come chiarito con il messaggio n. 3418/2019, le DSU hanno validità dalla data di presentazione fino al successivo 31 dicembre. Ne discende che, sebbene la domanda di assegno si presenti di regola una sola volta, solitamente nell’anno di nascita o di adozione del figlio, è necessario che il beneficiario dell’assegno rinnovi la DSU, ai fini della verifica dell’ISEE, per ciascun anno di spettanza del beneficio.
Da una verifica effettuata è risultato che molti utenti, avendo presentato a suo tempo domanda di assegno per eventi avvenuti nel 2018, non hanno ancora provveduto alla presentazione della DSU utile al rilascio dell’ISEE per l’anno 2019. Ciò ha comportato, per questi ultimi, la sospensione dell’erogazione dell’assegno per l’anno in corso che, stante la durata annuale della prestazione, potrebbe essere ancora corrisposto. Analogamente, è risultato che molti utenti, che hanno presentato domanda di assegno per eventi avvenuti negli anni 2016 e 2017, non hanno ancora provveduto alla presentazione della DSU utile al rilascio dell’ISEE per l’anno 2019. Affinché l’Istituto possa riprendere il pagamento delle predette mensilità, e ferma restando la permanenza dei requisiti di legge, è necessario che gli utenti che non abbiano provveduto ancora a tale adempimento, presentino la DSU per l’anno in corso entro e non oltre il 31 dicembre 2019. Tale adempimento è infatti necessario ai fini del rilascio dell’ISEE minorenni 2019 e, quindi, della corresponsione dell’assegno di natalità.
La mancata presentazione della DSU entro il 31 dicembre 2019 e il conseguente mancato possesso di un ISEE in corso di validità hanno come conseguenza la perdita delle mensilità di competenza del 2019 e la decadenza della domanda di assegno inizialmente presentata.
All’eventuale verificarsi della decadenza, l’utente se ancora in possesso dei requisiti di legge, può presentare una nuova domanda di assegno nel 2020 per il periodo residuo, senza possibilità di recuperare le mensilità dell’anno 2019 e con decorrenza del beneficio dalla data di presentazione della nuova domanda.
Per quanto sopra esposto, tutti gli aventi diritto all’assegno nell’anno 2020, inclusi quelli che hanno presentato o presenteranno la DSU entro il 31 dicembre 2019, sono invitati a presentare tempestivamente una nuova DSU dal 1° gennaio 2020, per consentire all’Istituto la verifica della permanenza dei requisiti di legge e garantire la puntuale erogazione delle mensilità di assegno a loro spettanti per l’anno 2020.
La necessità di rinnovare l’ISEE dal 1° gennaio 2020 riguarda i beneficiari dell’assegno ai sensi del decreto-legge n. 119/2018 per gli eventi avvenuti nel 2019 ed i beneficiari dell’assegno ai sensi della legge n. 190/2014 per gli eventi avvenuti nel 2017.