Collaboratore e amministratore delegato: bonus finale

Il compenso aggiuntivo, ad integrazione di quanto già erogato, non può essere liquidato se gli atti negoziali intercorsi tra le parti non contegono elementi idonei e sufficienti per consentire una determinazione di tale emolumento.

Il Tribunale di Milano aveva rigettato la domanda del collaboratore e poi anche amministratore delegato diretta ad ottenere il pagamento di un bonus finale, in subordine anche liquidato equitativamente, previsto dal contratto di collaborazione coordinata e continuativa stipulato con durata fino al dicembre 2003 – poi rinnovato fino al 31 dicembre 2006.
La Corte di merito, dopo aver precisato che il Tribunale aveva respinto la domanda ritenendo che non fosse rinvenibile negli atti negoziali intercorsi tra le parti la previsione di un emolumento alla cessazione dell’incarico ed in particolare per la carica di amministratore, ha ribadito che sia nel contratto del 2001 sia nel contratto rinnovato del 2003 non vi fosse la previsione di un bonus finale nel senso dedotto dall’appellante.
Avverso la decisione è stato proposto ricorso per cassazione affidato ad un solo articolato motivo: avrebbe errato la Corte nel ritenere che non vi fossero elementi per determinare il bonus finale; in realtà la Corte – secondo il ricorrente – aveva riconosciuto che la società aveva un obbligo contrattuale di determinare il bonus finale, ma che non aveva ottemperato a tale obbligo. La Corte di appello infatti aveva rilevato che il ricorrente avrebbe potuto agire per il risarcimento del danno da inadempimento, ma che tale azione non era stata esperita. Ciò confermerebbe l’esistenza del diritto vantato.
Il motivo è in parte inammissibile perché privo di specificità, oltre che di autosufficienza, con riferimento ai motivi per i quali il ricorrente richiede la cassazione della sentenza in parte infondato. Infatti, pur non essendo necessaria la specifica indicazione delle norme violate, è necessaria un’esatta collocazione giuridica della pretesa violazione normativa.
Nel caso in esame il ricorrente riconduce la fonte del suo diritto tanto a norme che riguardano il rapporto di lavoro subordinato – art.2126 c.c. – , quanto alla norma di cui all’art.2233 c.c. in punto di prestazione d’opera intellettuale, ma non fa riferimento alcuno alla disciplina di cui all’art.2389 c.c., pur trattandosi di un rapporto di tipo societario.
Inoltre, nel ricorso manca principalmente una trasposizione coerente ed organica della parte rilevante dei documenti che si deducono essere le fonti del diritto vantato.
Solo in una delibera assembleare citata, invero, vi è un riferimento – che tuttavia sembra essere un “mero appunto”- alla spettanza di un bonus finale, laddove si precisa ” la misura del bonus sarà concordata tra le parti sulla base del rapporto quantitativo / qualitativo tra la situazione economico – patrimoniale e industriale del gruppo, risultante dal bilancio consolidato e quella in atto al termine del contratto”.
Non ha errato la Corte di merito, dunque, nel ritenere che la previsione del Bonus effettuata nella delibera assembleare in questione non è tale da contenere elementi idonei e sufficienti per consentire una determinazione di tale emolumento.
Nella fattispecie in esame si tratta in realtà della previsione di un compenso aggiuntivo – bonus finale – ad integrazione di quanto già erogato, che la società non ha determinato, avendo ancorato tale determinazione al verificarsi di condizioni genericamente individuate.
Il ricorso deve quindi essere rigettato (cfr. Cassazione, Ordinanza n. 16040/2019).

Contratti di collaborazione privi di progetto, superflui gli accertamenti della subordinazione

Quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se esso si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione, operando l’automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione dello stesso (Corte di Cassazione, ordinanza 17 giugno 2019, n. 16161).

Una Corte d’appello territoriale, confermando la sentenza di primo grado, aveva rigettato l’appello proposto dall’Inps al fine di ottenere la conferma della cartella esattoriale, relativa a recuperi contributivi, emessa a fronte del disconoscimento di contratti di collaborazione a progetto stipulati da una Società. La Corte aveva argomentato che l’autonomia dei suddetti rapporti di lavoro risultava ampiamente provata e che, pertanto, non sussisteva il preteso credito contributivo.
Ricorre così in Cassazione l’Istituto dolendosi del fatto che la Corte territoriale ha ritenuto che, pur mancando un progetto in relazione ai contratti in questione, non poteva operare la conversione automatica dei rapporti di collaborazione in rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in quanto la presunzione (ex art. 69, D.Lgs. n. 276/2003, ora non più vigente) non era assoluta, ma relativa, sicché gravava sul committente l’onere di provare che il rapporto si era svolto secondo le modalità proprie del lavoro autonomo, prova che nella fattispecie era stata fornita.
Per la Suprema Corte il ricorso principale è fondato. Invero, in tema di contratto di lavoro a progetto, il regime sanzionatorio di cui al previgente art. 69 del D.Lgs. n. 276/2003, pur imponendo in ogni caso l’applicazione della disciplina del rapporto di lavoro subordinato, contempla due distinte e strutturalmente differenti ipotesi:
– rapporto di collaborazione coordinata e continuativa instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, per cui si realizza un caso di cd. conversione del rapporto “ope legis”, restando priva di rilievo l’appurata natura autonoma dei rapporti in esito all’istruttoria;
– rapporto di co.co.co. instaurato in presenza di uno specifico progetto, per cui giudizialmente è accertata attraverso la valutazione del comportamento delle parti, posteriore alla stipulazione del contratto, la trasformazione in un rapporto di lavoro subordinato in corrispondenza alla tipologia negoziale di fatto realizzata tra le parti (Corte di Cassazione, sentenza n. 12820/2016).
Ancora più specificamente, è consolidato orientamento quello per cui quando un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa sia instaurato senza l’individuazione di uno specifico progetto, non si fa luogo ad accertamenti volti a verificare se il rapporto si sia esplicato secondo i canoni dell’autonomia o della subordinazione.

Compensi pregressi oltre soglia: escluso il regime forfetario

Con la Risposta all’interpello n. 195 del 17 giugno 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in caso di inizio attività, non è possibile aderire al regime forfetario, se si prevede di incassare sulla base di una pronuncia giudiziale, compensi pregressi, riferiti ad una precedente cessata attività di impresa, oltre la soglia di 65.000 euro annui.

IL CASO

Il caso esaminato dall’Agenzia delle Entrate riguarda un neo imprenditore, che ha iniziato l’attività nel 2019 aderendo al regime fiscale forfetario, il quale ha emesso fattura nei confronti di un committente per compensi arretrati, riferiti ad una precedente attività di impresa cessata, liquidati sulla base di una sentenza emessa all’esito di un contenzioso giudiziale concluso nel 2018.
La questione è stata rappresentata dalla committente condannata al pagamento dei compensi arretrati, al fine di conoscere il comportamento corretto in merito all’applicazione dell’IVA ed della ritenuta d’acconto (prevista per la tipologia dei compensi corrisposti: “provvigioni”), considerato che l’importo di tali compensi è superiore al limite di 65.000 euro annui previsto per l’applicazione del regime forfetario.

PARERE DEL FISCO

L’Agenzia delle Entrate ha precisato che in tal ipotesi, i compensi devono essere assoggettati ad IVA, nonché alla prevista ritenuta d’acconto, in quanto il neo imprenditore non è legittimato ad applicare il regime forfetario.
La norma agevolativa stabilisce che i contribuenti che iniziano un’attività d’impresa, arte o professione possono applicare il regime forfetario se presumono di rispettare i requisiti e le condizioni previste per l’applicazione del regime agevolato, comunicando l’adesione nel modello di dichiarazione di inizio attività.
Ciò implica, tra l’altro, la presunzione di non raggiungere la soglia annua di 65.000 euro in relazione al primo anno di applicazione del regime forfetario.
L’Agenzia delle Entrate osserva che nell’ipotesi esaminata il neo imprenditore non si trovava nella condizione di poter dichiarare tale presunzione in sede di inizio attività avendo notizia già dal 2018 del dispositivo esecutivo della sentenza che gli riconosce un corrispettivo superiore ai limiti di adesione al regime forfetario.
Ne consegue che i compensi percepiti a seguito della sentenza devono essere assoggettati ad IVA, con obbligo di rivalsa nei confronti del committente, il quale è tenuto ad operare la ritenuta d’acconto in ragione della natura dei compensi. Le somme concorrono in via ordinaria alla determinazione delle basi imponibili sia per il committente sia per il neo imprenditore.

Conferma vigenza del CCNL Metalmeccanica Confimi

Sottoscritto, in data odierna, un accordo sulla vigenza del CCNL  per i lavoratori dipendenti delle piccole e medie imprese dell’industria manifatturiera metalmeccanica e della installazione di impianti associate a CONFIMI IMPRESA MECCANICA.

Nel corso dell’incontro svoltosi in data odierna, Fim-Cisl e Uilm-Uil hanno comunicato che quanto prima invieranno a Confimi Impresa Meccanica le richieste formali per il rinnovo del CCNL del settore con l’obiettivo di giungere al rinnovo in tempi brevi.
A tal proposito, le Parti si danno reciprocamente conferma che il CCNL della piccola e media industria manifatturiera metalmeccanica e della installazione di impianti sottoscritto da Confimi Impresa Meccanica e FIM-CISL UILM-UIL, resterà in vigore fino a che non sarà sostituito dal successivo rinnovo di CCNL e che gli accordi di transizione contrattuale tra Parti sociali sono strumenti utili esclusivamente alle singole imprese che, per loro ragioni, decidano di applicare un diverso CCNL.

Esclusione dal massimale della base contributiva e pensionabile per i lavoratori delle PA

Si forniscono alcune istruzioni sull’esclusione dall’applicazione del massimale della base contributiva e pensionabile per i lavoratori delle PA che prestano servizio in settori in cui non risultano attivate forme pensionistiche complementari compartecipate dal datore di lavoro e che siano iscritti a far data dal 1.1.1996 a forme pensionistiche obbligatorie.

Dunque, è stata introdotta a favore dei lavoratori pubblici, in presenza di determinate condizioni, la facoltà di optare, entro i termini di decadenza disposti, per l’esclusione dall’applicazione del citato massimale contributivo.
I lavoratori che possono esercitare l’opzione sono i lavoratori delle pubbliche amministrazioni, in particolare sono comprese nel novero delle PA anche la Banca d’Italia, la Consob e, in linea generale, le Autorità Indipendenti, nonché le Università non statali legalmente riconosciute qualificate enti pubblici non economici dalla giurisprudenza amministrativa e ordinaria.
Ulteriore condizione per esercitare la facoltà di opzione è che i lavoratori prestino servizio in settori in cui non risultano attivate forme pensionistiche complementari compartecipate dal datore di lavoro.
Considerato che il personale in regime di diritto pubblico il cui rapporto di lavoro è regolato dall’ordinamento di appartenenza è in regime di trattamento di fine servizio (TFS) e risulta, in generale, al momento escluso dalle forme pensionistiche complementari compartecipate dal datore di lavoro, lo stesso rientra tra il personale che può esercitare la suddetta opzione.
La facoltà di opzione può essere esercitata dai dipendenti pubblici aventi diritto, indipendentemente dalla cassa o fondo pensionistico di iscrizione.
L’opzione va esercitata, a pena di decadenza, nei seguenti termini: dipendenti in servizio alla data del 29 gennaio 2019 (entro 6 mesi dalla predetta data del 29 gennaio, se negli anni precedenti la retribuzione imponibile ai fini pensionistici ha superato il massimale contributivo (termine ultimo 29 luglio 2019); entro 6 mesi dalla data del superamento del massimale, se negli anni precedenti al 29 gennaio 2019 la retribuzione imponibile ai fini pensionistici non ha superato il massimale contributivo; dipendenti assunti a decorrere dal 30 gennaio 2019 (entro 6 mesi dalla data di assunzione o dalla data di superamento del massimale). L’opzione deve essere esercitata utilizzando il relativo modulo “AP136” pubblicato sul sito internet dell’Inps.