Riqualificazione energetica immobili “beni-patrimonio”: diritto alla detrazione

La Corte di Cassazione ha affermato il principio di diritto secondo cui il beneficio fiscale (cd. “Eco Bonus”), per le spese documentate ed effettivamente rimaste a carico del contribuente, relative ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta anche ai soggetti titolari di reddito d’impresa (incluse le società), i quali abbiano sostenuto le spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico su edifici concessi in locazione a terzi – cd. “Immobili beni-patrimonio” (Corte di Cassazione – Sentenza n. 29162 del 2019).

IL CASO

L’Agenzia delle Entrate ha emesso cartella di pagamento nei confronti di una società immobiliare, a seguito di controllo formale della dichiarazione dei redditi, per il recupero del beneficio fruito in relazione alle spese sostenute per la sostituzione di vecchi infissi con nuovi prodotti a vetrocamera rispettanti specifici standards presso un immobile concesso in locazione a terzi.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, per i redditi d’impresa (inclusi quelli prodotti dalle società), il bonus fiscale spetterebbe solo per gli interventi sui fabbricati strumentali all’attività sociale, mentre dovrebbero rimanere esclusi dall’agevolazione gli “immobili- merce” (o “beni-merce”), categoria nella quale inserisce anche quelli locati a terzi dalle società di gestione immobiliare.

NORMATIVA DI RIFERIMENTO

La Finanziaria 2007 ha previsto che, per le spese documentate, sostenute in relazione ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta una detrazione dall’imposta lorda per una quota pari al 55% degli importi a carico del contribuente – cd. “Eco-Bonus”.
Il decreto attuativo, con riferimento ai “soggetti ammessi alla detrazione”, prevede che l’Eco-Bonus spetti alle persone fisiche non titolari di reddito d’impresa, nonché ai soggetti titolari di reddito d’impresa che sostengano spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico sugli edifici esistenti, su parti di edifici esistenti o su unità immobiliari esistenti di qualsiasi categoria catastale, anche rurali, posseduti o detenuti. Nel caso in cui gli interventi siano eseguiti mediante contratti di locazione finanziaria, la detrazione compete all’utilizzatore ed è determinata in base al costo sostenuto dalla società concedente.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

La Corte Suprema ha evidenziato che, sulla base del quadro normativo di riferimento, il bonus fiscale (detrazione del 55%) è finalizzata alla riqualificazione energetica degli edifici esistenti e si rivolge ad un’ampia platea di beneficiari (“soggetti ammessi alla detrazione”), siano essi persone fisiche non titolari di reddito d’impresa, o soggetti titolari di reddito di impresa, incluse le società, con la precisazione che, se gli immobili sui quali è effettuato l’intervento sono concessi a terzi a titolo di leasing, la detrazione è comunque dovuta, ma compete all’utilizzatore anziché alla società concedente.
La ratio legis dell’Eco-Bonus consiste nell’intento d’incentivare gli interventi di miglioramento energetico dell’intero patrimonio immobiliare nazionale, in funzione della tutela dell’interesse pubblico ad un generalizzato risparmio energetico, ed è coerente e si salda con il tenore letterale delle norme di riferimento, le quali non pongono alcuna limitazione, né di tipo oggettivo (con riferimento alle categorie catastali degli immobili), né di tipo soggettivo (riconoscendo il bonus alle “persone fisiche”, “non titolari di reddito d’impresa” ed ai titolari di “reddito d’impresa”, incluse ovviamente le società), alla generalizzata operatività della detrazione d’imposta.
I giudici della Suprema Corte hanno evidenziato, invece, che la fruizione del beneficio è subordinata alla circostanza che le spese siano rimaste a carico del contribuente. Con riferimento ai soggetti titolari di reddito di impresa, ciò deve essere interpretato nel senso che la detrazione spetta nella misura in cui il costo “a monte” non sia altrimenti deducibile.
Orbene, in base alla qualificazione degli immobili per destinazione, rilevante sul piano contabile e fiscale, gli immobili posseduti da società immobiliari e destinati al mercato locativo costituiscono “immobili-patrimonio”, e si distinguono dagli “immobili strumentali” (destinati all’esercizio dell’attività imprenditoriale) e degli “immobili-merce” (destinati al mercato di compravendita).
Riguardo agli immobili-patrimonio, ossia gli immobili concessi in locazione (non costituenti “beni strumentali” o “beni-merce”), il reddito è di regola determinato ponendo a confronto il canone di locazione, ridotto fino a un massimo del 15% dello stesso, e le spese di manutenzione ordinaria, documentate ed effettivamente rimaste a carico (vale a dire non recuperate dagli inquilini). La disciplina fiscale, dunque, prevede una speciale deroga al principio generale dell’inerenza dei componenti negativi del reddito, rispetto al quale sancisce un divieto assoluto di deducibilità per tutti i componenti negativi relativi agli “immobili-patrimonio”. Pertanto, secondo la Corte Suprema, in ragione dell’indeducibilità delle spese di miglioramento energetico, benché inerenti e migliorative, il bonus fiscale deve ritenersi spettante anche alle società immobiliari in relazione agli interventi su immobili concessi in locazione, esattamente come spetterebbe ad una persona fisica, non titolare di redditi d’impresa, che nulla può dedurre dalla base imponibile.

In conclusione, la Corte di Cassazione ha affermato il seguente principio di diritto: “Il beneficio fiscale, consistente in una detrazione dall’imposta lorda per una quota pari al 55% degli importi rimasti a carico del contribuente, di cui all’artt. 1, commi 344 e seguenti, della legge n. 296/2006 (Finanziaria 2007) e al decreto del ministero dell’economia e delle finanze del 19 febbraio 2007, per le spese documentate relative ad interventi di riqualificazione energetica di edifici esistenti, spetta anche ai soggetti titolari di reddito d’impresa (incluse le società), i quali abbiano sostenuto le spese per l’esecuzione degli interventi di risparmio energetico su edifici concessi in locazione a terzi”.

Elemento economico di garanzia a novembre per il Commercio – Federdistribuzione

 

Spetta, nel mese di novembre, l’Elemento economico di garanzia per i dipendenti del CCNL della Distribuzione Moderna Organizzata

 

L’elemento economico di garanzia verrà erogato con la retribuzione di novembre 2019 e compete ai lavoratori a tempo indeterminato nonché agli apprendisti in forza al novembre 2019, che risultino iscritti nel libro unico da almeno sei mesi; l’Azienda calcolerà l’importo spettante in proporzione all’effettiva prestazione lavorativa svolta alle proprie dipendenze nel periodo 1 dicembre 2018 – 30 novembre 2019;
Per i lavoratori a tempo parziale, l’importo sarà calcolato secondo il criterio di proporzionalità.
L’importo non è utile ai fini del calcolo di nessun istituto di legge o contrattuale, in quanto le Parti ne hanno definito l’ammontare in senso onnicomprensivo, tenendo conto di qualsiasi incidenza, ivi compreso il trattamento di fine rapporto.
E’ assorbito, sino a concorrenza, da ogni trattamento economico individuale o collettivo aggiuntivo rispetto a quanto previsto dal CCNL, che venga corrisposto successivamente al 1/1/2019

 

 

Quadri, 1 e II liv

III e IV liv

V e VI liv

Aziende fino a 10 dipendenti €95 €80 €65
Aziende a partire da 11 dipendenti . €105 €90 €75

Alberghi, istruzioni sull’invio telematico dei corrispettivi

  Forniti chiarimenti sulla certificazione dei corrispettivi relativi alla prestazioni di servizio rese dalle attività alberghiere con ristorazione, a fronte dell’obbligo di memorizzazione e trasmissione telematica previsto dal 1° gennaio 2020 (termine anticipato al 1° luglio 2019 per i soggetti con volume d’affari superiore a € 400.000) (Agenzia Entrate – risposta n. 486/2019).

Per le attività alberghiere, ai fini della corretta trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate, occorre distinguere i casi in cui le prestazioni vengano acquisite direttamente dal cliente oppure vengano acquisite direttamente dalle agenzie di viaggio in nome proprio per essere poi ceduti ai clienti fruitori.

Nel primo caso, ossia, qualora le prestazioni (servizio alberghiero e di ristorazione) vengano acquistate direttamente dal cliente cui sono rese, anche per il tramite delle agenzie che gestiscono la prenotazione, l’operazione va certificata fino al 31/12/2019 mediante scontrino o ricevuta fiscale e dal 1° gennaio 2020 (termine anticipato al 1° luglio 2019 per i soggetti con volume d’affari superiore a € 400.000) con la memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi all’Agenzia delle Entrate.

Quando invece i servizi sono acquistati direttamente dalle agenzie di viaggio in nome proprio per essere poi ceduti ai clienti fruitori, il corrispettivo deve essere documentato con fattura.
In particolare, al momento del pagamento (anche parziale) del corrispettivo, deve essere emessa:
– fattura elettronica tramite SdI nei confronti di tutte le agenzie di viaggio residenti o stabilite nel territorio dello Stato;
– fattura ordinaria (cartacea e/o elettronica) nei confronti delle agenzie non residenti, con l’obbligo di tracciare l’operazione mediante il cd “esterometro”, salvo in ogni caso la possibilità di accordarsi con il destinatario per l’emissione tramite SdI alfine di ovviare all’estero metro.

Per rendicontare alle agenzie di viaggio i servizi resi al fine del pagamento del corrispettivo l’istante può essere utilizzata una fattura pro-forma o altro documento similare, compreso il documento commerciale con la dicitura “corrispettivo non riscosso”.

Contrattazione collettiva e lavoro intermittente: nessun potere di veto

La legge si limita a demandare alla contrattazione collettiva l’individuazione delle “esigenze” per le quali è consentita la stipula di un contratto a prestazioni discontinue, senza riconoscere esplicitamente alle parti sociali alcun potere di interdizione in ordine alla possibilità di utilizzo di tale tipologia contrattuale. L’impossibilità per le parti collettive di impedire del tutto l’utilizzazione di tale forma contrattuale risulta smentita dalla contestuale previsione di un potere di intervento sostitutivo da parte del Ministero del lavoro nei casi di inerzia delle parti sociali, ciò denota in termine inequivoci la volontà del legislatore di garantire l’operatività dell’istituto, a prescindere dal comportamento inerte o contrario delle parti collettive (Cassazione, sentenza n. 29423/2019).

E’ noto che il d. Igs n. 276 del 2003 ha introdotto, per la prima volta nel nostro ordinamento il contratto di lavoro intermittente (art. 33-40 d. Igs cit.) il quale, secondo la definizione contenuta nell’art. 33 d. Igs cit., è il contratto mediante il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa nei limiti di cui all’articolo 34.
Dopo una prima abrogazione ad opera della legge n. 247 del 2007 l’istituto è stato ripristinato nella formulazione iniziale dal d.l. n. 112 del 2008, e modificato dalla legge n. 92 del 2012. Successivamente ancora modificato dal d.l. n. 76 del 2013 con il duplice obiettivo di limitarne il campo d’applicazione e di introdurre correttivi diretti a contrastare forme distorsive di ricorso all’istituto.
Il d. Igs. n. 81 del 2015, riordinando i contratti di lavoro, ha riformulato negli artt. 13-18 la disciplina del contratto in esame, senza alterarne i tratti caratteristici che restano confermati. Lo stesso provvedimento dispone contestualmente l’abrogazione, a decorrere dal 25 giugno 2015, della previgente normativa.
Considerato che il contratto intermittente oggetto di controversia è stato stipulato in data 30 giugno 2011, la disciplina applicabile è quella risultante dal ripristino operato dal d. I. n. 112 del 2008 convertito dalla legge n. 133 del 2008.
Ciò premesso, pacifico che il contratto in esame è fondato su una causale cd. di carattere oggettivo, e non legata alle condizioni personali, rientra nella ipotesi regolata dall’art. 34, comma 1, la tesi del ricorrente circa il ruolo della contrattazione collettiva ed in particolare la configurabilità in capo a quest’ultima di un potere di veto in ordine alla utilizzabilità tout -court del contratto di lavoro intermittente, non trova conferma nel dato testuale e sistematico della disciplina di riferimento.
L’art. 34, comma 1, d. Igs n. 276 del 2003 si limita, infatti, a demandare alla contrattazione collettiva l’individuazione delle “esigenze” per le quali è consentita la stipula di un contratto a prestazioni discontinue, senza riconoscere esplicitamente alle parti sociali alcun potere di interdizione in ordine alla possibilità di utilizzo di tale tipologia contrattuale; né un siffatto potere di veto può ritenersi implicato dal richiamato “rinvio” alla disciplina collettiva che concerne solo un particolare aspetto di tale nuova figura contrattuale e che nell’ottica del legislatore trova verosimilmente il proprio fondamento nella considerazione che le parti sociali, per la prossimità allo specifico settore oggetto di regolazione, sono quelle maggiormente in grado di individuare le situazioni che giustificano il ricorso a tale particolare tipologia di lavoro.
L’impossibilità per le parti collettive di impedire del tutto la utilizzazione di tale forma contrattuale risulta smentita dalla contestuale previsione di un potere di intervento sostitutivo da parte del Ministero del lavoro che denota in termine inequivoci la volontà del legislatore di garantire l’operatività del nuovo istituto, a prescindere dal comportamento inerte o contrario delle parti collettive.
Ulteriore conferma inqusto senso si trae, infine, dalla previsione del comma 3 dell’art. 34 d. Igs cit., il quale tra le ipotesi di divieto del ricorso al lavoro intermittente non contempla anche quella di inerzia o veto delle parti collettive.
Per i motivi di cui sopra il ricorso è stato rigettato.

Professori e ricercatori universitari, chiarimenti Inps sugli obblighi di contribuzione

Con messaggio n. 4171 del 14 novembre 2019, l’Inps  fornisce indicazioni in merito agli obblighi di iscrizione e contribuzione dei professori, ricercatori e figure equiparate che svolgono attività di assistenza sanitaria presso le Aziende ospedaliero-universitarie o strutture convenzionate

Come noto, i professori, i ricercatori e le figure equiparate in servizio presso le Università italiane che prestano, in aggiunta all’attività didattica e di ricerca, attività di assistenza sanitaria presso le Aziende ospedaliero-universitarie o strutture comunque convenzionate, oltre al trattamento economico da parte dell’Università, ricevono i trattamenti economici aggiuntivi previsti dai relativi CCNL dei dirigenti del SSN, a carico della struttura sanitaria, ovvero (art. 6, D.Lgs. n. 517/1999):
– un trattamento graduato in relazione alle responsabilità connesse ai diversi tipi di incarico (c.d. indennità di posizione);
– ed un trattamento aggiuntivo graduato ai risultati ottenuti nell’attività assistenziale e gestionale, nonché all’efficacia nella realizzazione dell’integrazione tra attività assistenziale, didattica e di ricerca (c.d. indennità di risultato).
A questi emolumenti può aggiungersi, poi, l’indennità di “esclusività” (art. 5, co. 3, D.Lgs. n. 517/1999) che estende ai professori e ricercatori universitari il trattamento economico aggiuntivo per i dirigenti sanitari (art. 15-quater, co. 5, D.Lgs. n. 502/1992), quale corrispettivo per la limitazione intramoenia dell’attività libero professionale e cioè per lo svolgimento del rapporto di lavoro in regime di esclusività. Tale emolumento, distinto dalla retribuzione, viene corrisposto con importi fissi e ricorrenti.
Orbene, poichè lo svolgimento dell’attività assistenziale medica svolta presso le suddette strutture, trova il suo fondamento nel rapporto di lavoro principale instaurato con l’Università, l’obbligo di contribuzione deve essere assolto anche per le retribuzioni erogate per l’attività sanitaria, nelle casse e nei fondi a cui risulta iscritto il lavoratore per il rapporto di lavoro instaurato con l’Università, segnatamente alla Cassa per i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato (CTPS) e al Fondo ex Enpas per i trattamenti di previdenza, nonché alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali.
Orbene, per la corretta valorizzazione, ai fini pensionistici, del trattamento economico graduato in relazione alle responsabilità connesse ai diversi tipi di incarico, la retribuzione di posizione connessa all’incarico attribuito al personale in esame può essere considerata quale parte aggiuntiva al trattamento economico fondamentale e quindi valutabile ai fini del trattamento pensionistico in quota A), senza operare la maggiorazione del 18%. Ciò, in relazione alla funzione perequativa del compenso in questione tra il trattamento economico fondamentale del personale del SSN e il trattamento stipendiale attribuito al personale universitario, che presta servizio nelle strutture sanitarie per effetto delle convenzioni. Viceversa, l’indennità di risultato e quella di esclusività, in quanto soggette a variazione in relazione ai risultati conseguiti, sono da valutarsi nella c.d. “quota B” del trattamento di pensione.