Imposta di bollo sugli assegni circolari diversi da quelli in forma libera

21 SETT 2020 I soggetti passivi obbligati in solido al pagamento dell’imposta di bollo sono entrambe le parti, vale a dire sia la banca che il cliente che le richiede l’emissione dell’assegno circolare, diverso da quello in forma libera (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 18 settembre 2020, n. 382)

L’imposta di bollo in merito agli assegni circolari è disciplinata dall’articolo 10, della Tariffa allegato A, parte prima, al d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 642 che ne prevede il relativo pagamento, fin dall’origine e nella misura del 6 per mille per ogni anno, per gli assegni circolari emessi in conformità del Regio decreto 21 dicembre 1933, n. 1736.
Più in particolare, le relative modalità di pagamento sono disciplinate dalla nota 2, secondo cui “L’imposta deve essere liquidata sull’ammontare complessivo, arrotondato alle lire mille superiori, degli assegni in circolazione alla fine di ogni trimestre solare in base a denuncia trimestrale da presentarsi al competente ufficio del registro entro trenta giorni dalla scadenza di ciascun trimestre e versata nei dieci giorni successivi. La denuncia deve essere corredata dalla relativa situazione trimestrale dei conti”.
L’articolo 22 (Solidarietà) prevede che “Sono obbligati in solido per il pagamento dell’imposta e delle eventuali sanzioni amministrative:
1) tutte le parti che sottoscrivono, ricevono, accettano o negoziano atti, documenti o registri non in regola con le disposizioni del presente decreto ovvero li enunciano o li allegano ad altri atti o documenti;
2) tutti coloro che fanno uso, ai sensi dell’art. 2, di un atto, documento o registro non soggetto al bollo fin dall’origine senza prima farlo munire del bollo prescritto”.
Il successivo articolo 23 dispone che “I patti contrari alle disposizioni del presente decreto, compreso quello che pone l’imposta e le eventuali sanzioni a carico della parte inadempiente o di quella che abbia determinato la necessità di far uso degli atti o dei documenti irregolari, sono nulli anche tra le parti”.
Nella fattispecie in oggetto la Banca svolge l’attività di raccolta del risparmio e l’esercizio del credito nelle sue varie forme. Nell’ambito della sua attività bancaria, su richiesta dei clienti, la banca provvede alla emissione di assegni circolari per i quali deve essere corrisposta l’imposta di bollo ex art. 10 dell’Allegato A, Tariffa, parte I, al d.p.r. n. 642 del 1972.
L’Istante chiede di conoscere il parere di questa Agenzia in merito al corretto assolvimento dell’imposta di bollo dovuta sugli assegni circolari, diversi da quelli in forma libera, ai sensi dell’art. 10 dell’Allegato A, Tariffa, parte I, al d.p.r. n. 642 del 1972. In particolare, si chiede se l’Istante possa addebitare al cliente che ha richiesto l’emissione dell’assegno circolare, diverso da quello in forma libera, l’imposta di bollo dovuta ai sensi dell’art. 10 della Tariffa, parte I, allegata al d.p.r. n. 642 del 1972.
Per il Fisco, il delineato quadro normativo, sopra esposto, evidenzia che anche nella fattispecie in esame i soggetti passivi obbligati in solido al pagamento dell’imposta di bollo sono entrambe le parti, vale a dire sia la Banca istante che il cliente che le richiede l’emissione dell’assegno circolare, diverso da quello in forma libera.

Split payment: modalità di recupero di un versamento Iva duplicato

In relazione al versamento IVA eseguito per errore applicando il meccanismo dello split payment, è possibile esercitare il diritto al, con possibilità di utilizzare la compensazione prevista. A tal fine, è possibile scomputare il versamento IVA eccedente dai versamenti futuri eseguiti, in applicazione dello split payment sugli acquisti relativi alla propria sfera istituzionale, nel corso del 2020 e nei periodi d’imposta successivi, senza dover provvedere ad altri adempimenti oltre alla sola annotazione nei libri contabili (Agenzia Entrate – risposta 18 settembre 2020, n. 378).

In precedenti documenti di prassi, l’Agenzia delle Entrate ha avuto già modo di chiarire che nell’ipotesi in cui il fornitore, ricorrendo i presupposti richiesti, emetta una nota di variazione in diminuzione, se la stessa si riferisce ad una fattura originaria emessa in regime di split payment, la stessa deve essere numerata, indicare l’ammontare della variazione e della relativa imposta e fare esplicito riferimento alla fattura originaria.

Conseguentemente, la Pubblica Amministrazione committente o cessionaria:

– nel caso di acquisto effettuato in ambito commerciale, in considerazione delle modalità seguite per la registrazione dell’originaria fattura, deve provvedere alla registrazione della nota di variazione nel registro “IVA vendite”, fermo restando la contestuale registrazione nel registro “IVA acquisti”, al fine di stornare la parte di imposta precedentemente computata nel debito e rettificare l’imposta detraibile;

– nel caso in cui l’acquisto sia stato destinato alla sfera istituzionale non commerciale, può computare la parte d’imposta versata in eccesso rispetto all’IVA indicata nell’originaria fattura a scomputo dei successivi versamenti IVA da effettuare nell’ambito dello split payment.

Qualora la duplicazione del versamento IVA mediante il modello F24 non è riconducibile ad alcuna delle ipotesi che legittimano l’emissione di una nota di variazione da parte del fornitore, le modalità operative sono diverse. Trattasi, infatti di un pagamento indebito eseguito dal committente/cessionario che può dar luogo ad azione di ripetizione ovvero alla possibilità di eccepire la compensazione.

CCNL CONI: intesa per rientro in sicurezza e ricorso allo smart working

Sottoscritto il 18/9/2020, da Sport e Salute S.p.A. e dalle Federazioni Sportive Nazionali con le OO.SS. firmatarie del CCNL CONI, l’accordo per la ripresa del lavoro in sicurezza e per assicurare l’accesso al lavoro agile

Al termine dell’incontro avvenuto in via telematica, tra le parti firmatarie del CCNL del personale non dirigente 14/12/2016 e del CCNL del personale dirigente 25/2/2011 CONI, si è sottoscritto il 18/9/2020, un accordo che individua le misure più idonee a contemperare la progressiva ripresa delle attività produttive con le prescrizioni legate all’emergenza epidemiologica, ferma restando l’assoluta priorità dei più elevati standard di sicurezza per la salute dei lavoratori, attraverso un contestuale ricorso al lavoro in presenza e al lavoro agile.
Le parti, nel rispetto della vigente normativa legislativa e contrattuale in materia, hanno convenuto quanto segue:

Lavoro in presenza
La progressiva ripresa delle attività produttive dovrà essere caratterizzata, fino al 15/10/2020 e, in ogni caso, fino al termine dell’emergenza epidemiologica, dall’imprescindibile osservanza delle misure di sicurezza adottate e dovrà essere avviata nel rispetto delle previsioni di legge, dei protocolli sottoscritti dalle parti e dei piani di sicurezza che ogni datore di lavoro ha adottato in conformità al Protocollo di settore sottoscritto il 12/5/2020.
Il ricorso al lavoro in presenza potrà essere progressivamente incrementato in relazione alla ripartenza delle attività, a condizione che i principi di sicurezza e, in particolare, il distanziamento negli uffici e nelle aree comuni siano sempre garantiti. In questo senso quindi, la percentuale dei lavoratori in presenza definita da ogni organizzazione nel rispetto di tali vincoli dovrà essere integrata con il ricorso al lavoro agile che costituisce, rispetto agli altri istituti previsti dal presente accordo, lo strumento prioritario.
Il ricorso al lavoro agile sarà gestito in percentuale e anche a rotazione in coerenza con le diverse esigenze di ogni organizzazione, nell’ambito del dialogo tra le parti, sulla base dei differenti livelli di automazione ed efficienza dei processi e delle attività operative effettuabili da remoto.

Lavoro agile
I dipendenti che hanno il diritto a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile, a condizione che le relative attività si prestino ad essere svolte da remoto, sono:
– dipendenti disabili nelle condizioni di cui all’art. 3, comma 3, della legge 5/2/1992, n. 104 o che abbiano nel proprio nucleo familiare una persona con disabilità nelle condizioni di cui all’art. 3, comma 3, della legge 5/2/1992, n. 104;
– lavoratori immunodepressi e familiari conviventi di persone immunodepresse;
– lavoratori per i quali il medico competente, in ragione della loro fragilità, ne disponga o consigli l’adozione;
– lavoratori genitori del figlio convivente durante il periodo di quarantena obbligatoria per contatti scolastici (art. 5 del DL n. 111/2020).
Inoltre, i datori di lavoro valuteranno la possibilità di disporre prestazioni di lavoro in modalità agile, in presenza delle condizioni previste dall’art. 1 comma 3 dell’acccordo in esame, anche per i dipendenti che non versino nelle condizioni individuate sopra, dando priorità ai lavoratori affetti da gravi e comprovate patologie con ridotta capacità lavorativa e successivamente a coloro che:
a) siano in situazioni di rischio per la propria salute o dei propri familiari conviventi in relazione a preesistenti condizioni patologiche, tali da rendere inopportuna, per i conseguenti rischi di una possibile esposizione al contagio, la presenza del dipendente medesimo presso la sede di lavoro.
b) abbiano concluso, entro i tre anni precedenti la data di entrata in vigore del presente accordo, il congedo di maternità previsto dall’art. 16 del D.Lgs. 26/3/2001, n. 151;
I datori di lavoro valuteranno altresì le possibili criticità per i lavoratori, derivanti dall’avvio ancora parziale delle attività scolastiche e da situazioni oggettivamente critiche nell’utilizzo dei mezzi pubblici, in relazione a distanze significative e ai possibili disagi ad esse connesse.
Ai dipendenti che non potranno erogare la prestazione in modalità agile o per i quali non sussistano le condizioni organizzative e operative per la sua efficace applicabilità, continueranno ad applicarsi le disposizioni di legge e di contratto, con le eventuali modifiche previste dal presente accordo.
Al dipendente obbligato a misure di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva si applica quanto previsto dall’art. 26 del decreto legge n. 18 del 17/3/2020. Ai fini del calcolo delle competenze spettanti a titolo di Premio aziendale di risultato le relative giornate saranno considerate quale presenza.
In deroga al limite previsto dall’art. 49 del vigente CCNL e indipendentemente dalla preventiva provvista, l’istituto della banca delle ore può essere riconosciuto nella misura massima di 108 ore, montante da intendersi come limite massimo di debito e ripristinabile per effetto di relativo recupero, qualora utilizzato per garantire le finalità previste dal presente accordo. Resta fermo il recupero della retribuzione non dovuta nel caso in cui il dipendente non provveda a rendere le dovute prestazioni entro il 30/6/2021.
I tre giorni di permesso retribuiti per gravi e particolari motivi personali di cui all’art. 37, comma 1, del vigente CCNL, sono riconosciuti anche in caso di assenze dal lavoro motivate dal dipendente per esigenze di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica. Il datore di lavoro valuterà la possibile concessione di ulteriori giorni di permesso, esclusivamente nei casi in cui il dipendente abbia esaurito tutti gli strumenti previsti dal presente accordo, ivi comprese le ferie dell’anno in corso, che restano comunque disciplinate dalle norme di legge e dai vigenti CCNL.
In deroga al limite disposto dall’art. 38, comma 1, del vigente CCNL, i permessi brevi possono essere fruiti nel corso dell’anno e possono essere utilizzati fino a copertura dell’intero orario giornaliero previsto.

Il ricorso al lavoro a turni di cui al Paragrafo D (lavoro a turni) dell’art. 45 del vigente CCNL può essere attivato, oltre che per le esigenze organizzative e funzionali del datore di lavoro, anche su richiesta del dipendente interessato, purché finalizzato e compatibile con le esigenze perseguite dal presente accordo e nel rispetto delle misure di sicurezza previste dalle norme vigenti e dai relativi protocolli.

Modifica ai regimi di orario
Nell’ambito delle disposizioni che i datori di lavoro sono tenuti ad adottare per evitare possibili aggregazioni e assicurare il distanziamento sociale nella fase di ingresso dei dipendenti sul posto di lavoro, potranno essere organizzate modalità scaglionate di accesso, per fasce che garantiscano idonei flussi di sicurezza e che tengano conto delle particolari esigenze dei dipendenti legate a vincoli familiari e logistici e delle varie tipologie di attività. Le esigenze che impongono l’individuazione di modalità scaglionate di accesso saranno oggetto di verifica da parte del Comitato paritetico di cui all’art. 5, comma 8, del Protocollo di settore per la regolamentazione delle misure per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus Covid-19 del 12/5/2020.
Per garantire le medesime finalità di cui sopra, la flessibilità in entrata prevista dal vigente CCNL è anticipata di 15 minuti e prolungata di ulteriori 90 minuti.

Disposizioni finali
Le disposizioni di cui al presente accordo sono applicabili, in quanto compatibili con la natura del rapporto di lavoro e con i relativi istituti contrattuali, anche al personale dirigente.
Ferma restando la possibilità di concordare la cessazione anticipata degli effetti del presente accordo in conseguenza del venir meno dei relativi presupposti anche prima della data di scadenza, lo stesso avrà durata fino al 15/10/2020. In caso di proroga dell’emergenza disposta dalle autorità competenti esso si intenderà valido per ulteriori 15 giorni, termine entro il quale le Parti si impegnano a sottoscrivere un nuovo accordo o a confermare quello vigente. Le risultanze della sua applicazione saranno oggetto di apposito incontro tra le parti firmatarie al fine di procedere ad una specifica verifica sulla possibilità di esportarne i relativi contenuti nel prossimo CCNL, adattandolo alle diverse esigenze che saranno eventualmente individuate.

Scioglimento della riserva sul lavoro agile nel settore telecomunicazioni

Sciolta positivamente la riserva in merito agli accordi per il lavoro agile per l settore delle comunicazioni

Le consultazioni delle lavoratrici e dei lavoratori ha espresso una valutazione positiva delle intese relative al lavoro agile, evidenziando l’importanza di seguire con estrema attenzione, in ambito territoriale e nazionale, l’applicazione delle stesse. Con l’accordo le Parti hanno adottato dei Principi e delle Linee Guida  che restano fondamentali riferimenti per favorire l’implementazione, attraverso la contrattazione di secondo livello, di nuovi modelli di lavoro agile coerenti con le diverse specificità aziendali e sarà oggetto di rivisitazione in considerazione dei mutamenti normativi che interverranno in materia di lavoro agile, successivamente alla conclusione dello stato di emergenza sanitaria.
Le Parti ritengono che tali Linee Guida possano costituire il riferimento per la valorizzazione e lo sviluppo della Contrattazione di Secondo Livello per la definizione degli specifici accordi in materia.
La prestazione di lavoro in modalità lavoro agile potrà essere resa, anche in relazione alle misure di carattere emergenziale:
a) nel proprio domicilio ovvero in un luogo diverso dalla sede aziendale, purché coerente con la tipologia di attività svolta dai lavoratori e con la protezione dei dati trattati;
b) in parte in azienda e in parte all’esterno – nel proprio domicilio ovvero in un luogo diverso dalla sede aziendale indicato dal lavoratore- senza una postazione fissa, purché coerente con la tipologia di attività svolta dai lavoratori e con la protezione dei dati trattati;
c) attraverso strumenti messi a disposizione dall’azienda ovvero laddove, nel corso della fase emergenziale ciò non sia stato possibile, anche attraverso strumenti propri del lavoratore e comunque nell’ottica di una progressiva e completa implementazione della fornitura delle dotazioni informatiche da parte aziendale nella successiva fase di stabilizzazione.
Per il personale che svolge la prestazione di lavoro in modalità agile, saranno previsti percorsi di formazione specifica sulle nuove modalità di utilizzo degli strumenti tecnici di lavoro.
Nell’ottica di favorire misure di Flessibilità organizzativa e bilanciamento dei tempi di vita e di lavoro potranno essere previste modalità diverse rispetto a quelle ordinarie sia come collocazione della prestazione lavorativa nell’arco della giornata, sia come durata giornaliera della stessa, utilizzando gli strumenti e gli istituti previsti dal CCNL a tal fine. Inoltre sarà disciplinato l’esercizio del diritto alla c.d. disconnessione e potrà essere prevista la definizione della durata dell’orario di lavoro settimanale anche in misura inferiore a quanto previsto dal CCNL TLC, individuando le opportune compensazioni che assicurino l’invarianza del trattamento economico interessato.

RITA: attestazione del requisito dell’inoccupazione ed altri chiarimenti

Con circolare n. 4209/2020, la Covip fornisce ulteriori chiarimenti in merito alla disciplina della “Rendita integrativa temporanea anticipata” (RITA) con riguardo ad alcune questioni segnalate dagli operatori successivamente all’adozione delle Circolari n. 888 dell’8 febbraio 2018 e n. 4216 del 12 luglio 2018.

Un primo chiarimento arriva in merito alla possibilità o meno di percepire la RITA da parte degli iscritti titolari di trattamenti pensionistici anticipati (ad es. “Pensione anticipata” “Pensione anticipata Quota 100”, “Pensione anticipata Opzione donna”, “Pensione anticipata dei cc.dd. Lavoratori precoci”) o di anzianità, erogati dagli enti previdenziali di base. Considerato che la Rendita integrativa temporanea anticipata, in base all’art. 11, comma 4, del Decreto lgs.252/2005, è una modalità di erogazione della prestazione di previdenza complementare fino alla maturazione dei requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia nel sistema pensionistico obbligatorio e che la normativa non contiene un divieto di cumulo o un’espressa incompatibilità con il godimento di trattamenti pensionistici diversi dalla predetta pensione di vecchiaia, la Covip precisa che la RITA possa essere erogata anche qualora il beneficiario percepisca, al momento dell’istanza o nel corso di erogazione della RITA, pensioni di primo pilastro anticipate o di anzianità.
Altro dubbio avanzato riguarda la compatibilità della percezione della RITA con lo svolgimento, in tale periodo, di attività lavorativa di ogni tipologia, in Italia o all’estero (lavoro subordinato, autonomo, assunzione di cariche sociali ecc.).
La Covip, in proposito, ricorda che la normativa di riferimento prevede che le prestazioni delle forme pensionistiche complementari possono essere erogate in forma di RITA ai lavoratori che, in presenza degli altri requisiti, “cessino l’attività lavorativa e maturino l’età anagrafica per la pensione di vecchiaia nel regime obbligatorio di appartenenza entro i cinque anni successivi” o “risultino inoccupati per un periodo di tempo superiore a ventiquattro mesi e che maturino l’età anagrafica per la pensione di vecchiaia nel regime obbligatorio di appartenenza entro i dieci anni successivi” (art. 11, commi 4 e 4-bis, del Decreto lgs. 252/2005).
Il requisito della cessazione dell’attività lavorativa, accompagnata, nel caso previsto dal comma 4-bis dell’art. 11, dall’inoccupazione superiore ai ventiquattro mesi, deve quindi sussistere al momento della presentazione della domanda di accesso alla RITA, non essendo precluso all’aderente, in mancanza di una specifica norma che lo vieti, intraprendere successivamente un’attività lavorativa in qualsiasi forma. E’, quindi, da ritenersi possibile lo svolgimento di attività lavorativa nel corso dell’erogazione della prestazione sotto forma di RITA.
Circa la possibilità, invece, di erogare la RITA in un’unica soluzione nei confronti degli aderenti prossimi al compimento dell’età anagrafica per conseguire la pensione di vecchiaia, è stato chiarito che, secondo quanto previsto dallo stesso art. 11, comma 4, la RITA consiste “nell’erogazione frazionata di un capitale, per il periodo considerato, pari al montante accumulato richiesto”. Considerato che la norma è chiara nel prevedere che si tratta di un’erogazione periodica, si reputa che l’elemento della frazionabilità in rate sia un requisito imprescindibile. Pertanto, la circolare Covip chiarisce che la RITA non può essere concessa in tutti quei casi in cui a causa dell’immediata prossimità dell’età per il conseguimento della pensione di vecchiaia nel regime obbligatorio di appartenenza, non sia possibile attuare un frazionamento in almeno due rate.
Sono da ritenersi, poi, consentiti versamenti contributivi nel corso di erogazione della RITA che, nel caso di RITA parziale, andranno a incrementare il montante non utilizzato per l’erogazione della RITA, mentre in  caso di RITA totale andranno a costituire un montante a sé stante nell’ambito del comparto opzionato per l’erogazione di tale prestazione, salvo diversa indicazione dell’iscritto.

Un ulteriore quesito attiene alle modalità di attestazione del requisito dell’inoccupazione, utile per la RITA decennale, di cui all’art. 11, comma 4-bis, del Decreto lgs. 252/2005. Sul punto si rileva che la COVIP aveva in passato fornito alcuni chiarimenti in merito, tuttavia il quadro normativo di riferimento relativo agli stati di disoccupazione e inoccupazione è nel frattempo mutato rispetto alle disposizioni prese in considerazione dalla COVIP. Infatti, in base all’art. 19, comma 1, del Decreto Lgs. n. 150/2015 sono disoccupati “i soggetti privi di impiego che dichiarano, in forma telematica, al sistema informativo unitario delle politiche del lavoro di cui all’articolo 13, la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego”.
Inoltre, l’art. 4, comma 15-quater, del Decreto-legge 4/2019 convertito, con modificazioni, dalla Legge 26/2019, prevede che: “Per le finalità di cui al presente decreto ed ad ogni altro fine, si considerano in stato di disoccupazione anche i lavoratori il cui reddito da lavoro dipendente o autonomo corrisponde a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti ai sensi dell’articolo 13 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917”.
Le due disposizioni in materia di disoccupazione sono state oggetto di precisazioni da parte dell’ANPAL che, nella Circolare n. 1 del 23 luglio 2019, ha chiarito che il combinato disposto delle due norme comporta che sono considerati in “stato di disoccupazione”, i soggetti che rilasciano la Dichiarazione di immediata disponibilità (DID) e che, alternativamente, soddisfano uno dei seguenti requisiti: non svolgono attività lavorativa sia di tipo subordinato che autonomo; sono lavoratori il cui reddito da lavoro dipendente o autono.
Con riguardo invece alla condizione di non occupazione, si rileva che il citato art. 19, comma 7, del Decreto lgs. 150/2015 prevede che al fine di evitare l’impropria registrazione come disoccupato da parte di soggetti non disponibili allo svolgimento dell’attività lavorativa, “le norme nazionali o regionali ed i regolamenti comunali che condizionano prestazioni di carattere sociale allo stato di disoccupazione si intendono riferite alla condizione di non occupazione. Sulla base di specifiche convenzioni l’ANPAL consente alle amministrazioni pubbliche interessate l’accesso ai dati essenziali per la verifica telematica della condizione di non occupazione”.
Con Circolari n. 34 del 23 dicembre 2015 e n. 5090 del 4 aprile 2016 il Ministero del Lavoro ha precisato che la condizione di non occupazione di cui al citato art. 19, comma 7, fa riferimento alle persone che non svolgono attività lavorativa, in forma subordinata, parasubordinata o autonoma ovvero a coloro che, pur svolgendo una tale attività, ne ricavino un reddito annuo inferiore al reddito minimo escluso da imposizione. La differenza tra lo stato di disoccupazione e la condizione di inoccupazione consiste, quindi, ora nel rilascio o meno della DID da parte del soggetto che non svolge attività lavorativa (o il cui reddito da lavoro dipendente o autonomo corrisponde a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti ai sensi dell’art. 13 del DPR 917/2016).
Rapportando le definizioni di cui sopra al settore di riferimento, la Covip rileva che l’inoccupazione richiamata dal Decreto lgs. 252/2005 agli artt. 11, comma 4-bis, e 14, comma 2, lett. b) e c), è innanzi tutto collegata a una precedente cessazione dell’attività lavorativa.
Rilevato che soprattutto in caso di richiesta di RITA ex art. 11, comma 4-bis, l’aderente che ha cessato l’attività lavorativa potrebbe non avere interesse a cercare una nuova occupazione e che non sussiste più nell’ordinamento la differenza tra disoccupati e inoccupati basata sulla circostanza che il soggetto abbia o meno svolto nella propria vita un’attività lavorativa, risulta indifferente che l’iscritto richiedente la RITA o il riscatto totale o parziale della posizione ex art. 14, comma 2, sia disoccupato in senso tecnico, e cioè abbia presentato la DID, ovvero inoccupato nel senso precisato nelle Circolari del Ministero del Lavoro sopra citate, purché lo stesso abbia cessato l’attività lavorativa svolta in precedenza.
La differenza, peraltro, assume rilievo con riferimento alla modalità di attestazione dello stato di disoccupato e della condizione di non occupazione. Il soggetto in stato di disoccupazione può, infatti, dimostrare di aver presentato la DID o, in alternativa, ove il Fondo vi consenta, può presentare una dichiarazione sostituiva di certificazione, essendo lo stato di disoccupazione menzionato nell’art. 46 del DPR 445/2000 tra gli stati autocertificabili. Viceversa, i soggetti in condizione di non occupazione che non intendono registrarsi come disoccupati potranno certificare la relativa condizione attraverso la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.
Laddove alla forma pensionistica complementare non sia nota l’età prevista nel regime obbligatorio per la pensione di vecchiaia, nulla osta a che la stessa possa essere indicata attraverso dichiarazione dell’aderente.
Infine, si ritiene opportuno fornire un chiarimento circa il requisito della “maturazione dei 5 anni di partecipazione alle forme pensionistiche complementari, di cui all’art. 11, comma 2, del Decreto lgs. 252/2005”, richiamato nella Circolare COVIP n. 888 dell’8 febbraio 2018. Occorre, infatti, tenere presenti le modifiche recate alla norma in parola dall’art. 1, comma 1, lett. a), del Decreto lgs. 88/2018, in tema di lavoratori che si spostano tra Stati membri dell’Unione europea. Laddove ricorrano le condizioni ivi previste sarà, quindi, sufficiente la maturazione di un periodo di 3 anni in luogo degli ordinari 5 anni.