Il costo del lavoratore “distaccato” impiegato nell’attività di ricerca è agevolabile

Può rientrare tra i costi agevolabili Il costo del personale “distaccato” sostenuto dalla società beneficiaria che dichiara di aver realizzato attività di ricerca e sviluppo per la quale intende fruire del credito d’imposta (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 14 novembre 2019, n. 485)

 

Il credito d’imposta in oggetto è previsto per tutte le imprese che effettuano investimenti in attività di ricerca e sviluppo  a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2014 e fino a quello in corso al 31 dicembre 2020 in misura pari al 25 per cento delle spese sostenute in eccedenza rispetto alla media dei medesimi investimenti realizzati nei tre periodi d’imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2015. Sono ammissibili al credito d’imposta le spese relative al personale impiegato nelle attività di ricerca e sviluppo.
La società istante dichiara di aver realizzato, nel periodo d’imposta 2018, attività di ricerca e sviluppo per la quale intende fruire del credito d’imposta. L’istante premette che oggetto del presente interpello non è la riconducibilità delle menzionate attività di ricerca e sviluppo tra quelle agevolabili, bensì l’inclusione degli oneri relativi ad un contratto dallo stesso definito di “distacco” di un’unità di personale da parte di una società consociata nelle tipologie di costo ammissibili. In particolare, la società fa presente che alla suddetta attività di ricerca ha partecipato anche un dipendente e responsabile agronomico con esperienza ventennale in qualità di dipendente distaccato dalla società consociata (distaccante). In virtù dell’asserito contratto di “distacco” il dipendente ha svolto, nel periodo dal 14 maggio 2018 al 15 ottobre 2018, la propria attività di tipo tecnico quale responsabile dei servizi nell’area agronomica, sotto il diretto controllo e direzione dell’impresa distaccataria (l’istante). Inoltre, l’accordo prevede che le prestazioni del suddetto dipendente verranno addebitate alla società beneficiaria dalla società distaccante “al puro costo orario previsto dal vigente C.C.N.L. per i Lavoratori Dipendenti delle Cooperative e Consorzi Agricoli con aggiunta della contribuzione di Legge”.
In particolare, la società fa presente di essere una cooperativa agricola nata e costituita da tre cooperative che hanno come associati solo aziende agricole che producono e conferiscono. L’istante rappresenta inoltre che in questi anni si è dotato di personale tecnico specializzato, direttamente assunto e per alcune altre attività, di personale distaccato e liberi professionisti con alta specializzazione. Le tre cooperative in passato hanno svolto attività di ricerca affrontando tematiche diverse secondo le richieste dei propri associati.
Con riferimento, quindi, al quesito posto nell’istanza d’interpello, avente ad oggetto la riconducibilità tra i costi agevolabili dei costi sostenuti dall’istante per remunerare un’unità di personale tecnico impiegata in attività di ricerca e sviluppo, dal 14 maggio 2018 al 15 ottobre 2018, in virtù di un contratto definito dall’istante come di “distacco” dalla “società consociata”, il Fisco rappresenta quanto segue.
Come si evince dal contratto, la società che utilizza l’unità di personale rifonde alla società dante causa del contratto i costi sostenuti per la predetta unità di personale, a fronte della prestazione lavorativa svolta sotto il proprio controllo e direzione.
Nel rapporto che si viene a creare, il potere direttivo e di controllo, sono attribuiti all’utilizzatore dell’unità di personale beneficiario della prestazione.
Alla luce dei predetti elementi, il lavoratore può perciò considerarsi, nel corso della durata del predetto contratto (dal 14 maggio 2018 al 15 ottobre 2018) sostanzialmente alle dipendenze dell’impresa utilizzatrice. Pertanto, tutto ciò premesso e rappresentato, si ritiene che il costo del personale sostenuto dalla società istante possa rientrare tra i costi agevolabili, nella misura in cui detto lavoratore partecipi effettivamente all’attività di ricerca e sviluppo sotto la direzione e il controllo dell’utilizzatore e in presenza di tutti gli ulteriori requisiti delle disposizioni normative primarie e delle disposizioni di attuazione.

Edilizia Veneto: contributo per calamità atmosferiche

Edilcassa Veneto mette a disposizione un contributo per calamità atmosferiche per fare fronte alle spese sostenute per danni subiti su beni immobili e mobili nella sede dell’impresa edile o altre unità periferiche della stessa, nonchè nei cantieri edili in essere al momento dell’evento o nel comune di residenza per i dipendenti edili.

Edilcassa Veneto, viste le ultime eccezionali calamità atmosferiche che hanno colpito in maniera particolare il territorio di Venezia mette a disposizione un contributo pari al 50% delle spese sostenute, nel limite massimo di € 5.000 per le imprese e di € 1.500 per i dipendenti, per i danni subiti su beni immobili e mobili nella sede dell’impresa o altre unità periferiche della stessa, nonché nei cantieri in essere al momento dell’evento o nel comune di residenza per i dipendenti.
Al fine di beneficiare del contributo, le imprese e i dipendenti iscritti ad Edilcassa Veneto dovranno inoltrare la richiesta utilizzando i relativi modelli:
– Modello 21 per le imprese
– Modello 21a per i dipendenti
A tali modelli andrà allegata copia della richiesta di contributo presentata al Comune in cui si è verificato l’evento, indicando la relativa stima dei danni.
La richiesta di contributo dovrà pervenire ad Edilcassa Veneto entro i 60 gg successivi alla data di presentazione della domanda di contributo al Comune interessato. Ai fini della liquidazione delle domande, si terrà conto della data di ricevimento della documentazione richiesta.

Firmato accordo sul welfare per le BCC Piemonte, Valle D’Aosta e Liguria

14 nov 2019 Siglato il 5/11/2019, tra la Federazione delle Banche di Credito Cooperativo del Piemonte, Valle D’Aosta e Liguria (FederPiemonte) e la FABI, la FIRST-CISL, la FISAC-CGIL, la UILCA, il verbale di accordo sul premio di risultato 2019 e welfare.

Con il suddetto accordo viene approvata la tabella di calcolo del Premio di Risultato 2019 erogato ai quadri direttivi e al personale delle aree professionali delle Banche di Credito Cooperativo del Piemonte, Valle D’Aosta e Liguria, della Servizi Bancari Associati e della Federazione Piemonte Valle d’Aosta e Liguria.
Si precisa che il PDR sarà erogato, pro-quota, a tutto il personale cessato dal servizio e passato alle dipendenze delle due Capogruppo (CCB e ICCREA).
Per consentire la regolare gestione operativa dell’accordo di Welfare, e tenuto conto della data ultima di possibilità di usufruire dei contenuti del Piano di Welfare (25 novembre), si conviene quanto segue: nel mese di dicembre 2019 verrà erogata – per i dipendenti con un reddito imponibile IRPEF 2018 inferiore a 80.000 € – la differenza tra il PDR spettante a ciascun dipendente e il limite massimo opzionato di Welfare – fino al massimo di 3.000 €;
Per i dipendenti con un reddito imponibile IRPEF 2018 superiore a 80.000 € e per coloro che non abbiano opzionato importi in Welfare, nel mese di dicembre verrà erogato l’intero PDR.
Con la sottoscrizione del presente accordo, le Parti condividono l’opportunità di applicare quanto previsto dalla normativa vigente in merito alla possibilità di utilizzare le somme del PDR in Welfare.
L’importo definito a titolo di Premio di Risultato, sarà maggiorato dei 10%, a carico dell’azienda, per la quota che i dipendenti opteranno di utilizzare tramite gli strumenti di welfare messi a disposizione, con esclusione del versamento a Previdenza Complementare che in questo caso sarà maggiorato del 6%.
I lavoratori interessati dovranno comunicare al Servizio del Personale della propria Azienda la volontà di utilizzare il PDR, o parte di esso, (sempre fino a concorrenza di 3.000 €) in Welfare secondo le modalità operative di volta in volta comunicate. Dalla possibilità di utilizzare il Welfare sono esclusi i lavoratori non in forza alla data di erogazione del PDR.
Coloro i quali abbiano scelto di destinare il PDR o parte di esso in Welfare avranno tempo fino al 25 novembre per utilizzare tale somme. L’eventuale differenza tra il valore del PDR opzionato in Welfare (e valorizzato sul portale) e il valore di quanto effettivamente utilizzato, in dicembre verrà destinata al versamento per la Previdenza Integrativa se il lavoratore risulta iscritto, ovvero liquidato con la busta paga dello stesso mese. Il lavoratore, opzionando il PDR o parte di esso destinato a Welfare, concede esplicita autorizzazione a che le somme non utilizzate siano versate per la Previdenza Integrativa.

Non è deducibile l’assegno divorzile una tantum

In tema di oneri deducibili ai fini IRPEF, la Corte di Cassazione ha affermato che la tassatività della norma agevolativa non consente di ritenere deducibile l’assegno corrisposto una tantum, a titolo di liquidazione e capitalizzazione dell’assegno di mantenimento al coniuge, a seguito di un accordo raggiunto tra i coniugi nell’ambito della causa di separazione giudiziale (Sentenza 12 novembre 2019, n. 29178)

Secondo la disciplina IRPEF, dal reddito complessivo è possibile dedurre, se non sono deducibili nella determinazione dei singoli redditi che concorrono a formarlo, alcuni oneri sostenuti dal contribuente specificamente individuati, tra cui “gli assegni periodici corrisposti al coniuge, ad esclusione di quelli destinati al mantenimento dei figli, in conseguenza di separazione legale ed effettiva, di scioglimento o annullamento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili, nella misura in cui risultano da provvedimenti dell’autorità giudiziaria”.
Nel caso sottoposto all’esame della Corte di Cassazione, il contribuente avvalendosi di tale disposizione ha dedotto dal proprio reddito complessivo l’assegno pagato “una tantum” alla moglie in ottemperanza ad un atto di transazione raggiunto tra i coniugi nell’ambito della causa di separazione giudiziale.
In proposito, mentre i giudici tributari hanno ritenuto illegittimo il recupero a tassazione disposto dall’Agenzia delle Entrate, la Corte Suprema ha affermato che la norma agevolativa limita la deducibilità ai fini IRPEF solo all’assegno periodico – e non anche a quello corrisposto in unica soluzione – al coniuge, in conseguenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nella misura in cui risulta da provvedimento dell’autorità giudiziaria.
Proprio perché si tratta di una norma agevolativa, la stessa non è suscettibile di applicazione estensiva e, pertanto, l’assegno divorzile corrisposto in unica soluzione deve ritenersi non deducibile dal reddito complessivo ai fini IRPEF.
I giudici della Suprema Corte hanno altresì precisato che il differente trattamento fiscale tra l’assegno periodico e l’attribuzione una tantum rientra nella discrezionalità del Legislatore, al quale spetta individuare la deducibilità o meno di oneri e spese dal reddito imponibile del contribuente in considerazione del necessario collegamento con la produzione del reddito, con il gettito generale dei tributi e con l’esigenza di adottare le opportune misure atte ad evitare le evasioni di imposta.
Orbene l’assegno periodico e l’attribuzione “una tantum” (pure se rateizzata) costituiscono forme di adempimento dell’obbligo a carico del divorziato differenti per natura giuridica, struttura e finalità. Difatti, pur avendo entrambe la funzione di regolare i rapporti patrimoniali derivanti dallo scioglimento o dalla cessazione del vincolo matrimoniale, l’importo da corrispondere in forma periodica viene stabilito in base alla situazione esistente al momento della pronuncia, con la conseguente possibilità di una loro revisione, in aumento o in diminuzione; mentre al contrario quanto versato una tantum – che non corrisponde necessariamente alla capitalizzazione dell’assegno periodico – viene concordato liberamente dai coniugi nel suo ammontare e definisce una volta per tutte i loro rapporti per mezzo di una attribuzione patrimoniale, producendo l’effetto di rendere non più rivedibili le condizioni pattuite, le quali restano così fissate definitivamente. In altri termini, ammettere la deducibilità dell’assegno una tantum finirebbe col rendere deducibile dal reddito un trasferimento squisitamente patrimoniale, cui non potrebbe essere riconosciuta la natura di “reddito” in capo al percettore.

Tassazione dei compensi spettanti ai giudici tributari

Risultano applicabili le ordinarie modalità di tassazione ai compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie erogati in periodi d’imposta successivi a quello di maturazione, con periodicità costante, tale da considerarsi fisiologica (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 13 novembre 2019, n. 483).

I compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie (CUT) sono qualificati redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e, sono determinati con le medesime regole applicabili ai redditi di lavoro dipendente.
Questi ultimi redditi, come noto, sono costituiti da tutte le somme e i valori in genere a qualunque titolo percepiti nel periodo di imposta, compresi quelli corrisposti entro il giorno 12 del mese di gennaio del periodo di imposta successivo a quello di riferimento (c.d. principio di “cassa allargato”).
I compensi corrisposti dopo il 12 gennaio sono, invece, imputati all’anno stesso in cui sono percepiti (c.d. principio di “cassa”).
Con riferimento alle modalità di tassazione di tali redditi, è prevista l’applicazione della tassazione separata al verificarsi di specifiche condizioni. È applicabile la tassazione separata nel caso di erogazione di “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti, compresi i compensi e le indennità”.
In particolare, le situazioni che possono in concreto assumere rilevanza ai fini della tassazione separata sono di due tipi:
a) quelle di “carattere giuridico” che consistono nel sopraggiungere di norme legislative, di sentenze o di provvedimenti amministrativi, ai quali è sicuramente estranea l’ipotesi di un accordo tra le parti in ordine ad un rinvio del tutto strumentale nel pagamento delle somme spettanti;
b) quelle consistenti in “oggettive situazioni di fatto”, che impediscono il pagamento delle somme riconosciute spettanti entro i limiti di tempo ordinariamente adottati dalla generalità dei sostituti d’imposta.
L’applicazione del regime di tassazione separata deve escludersi ogni qualvolta la corresponsione degli emolumenti in un periodo d’imposta successivo deve considerarsi “fisiologica” rispetto ai tempi tecnici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi.
Qualora ricorra una delle cause giuridiche non deve essere effettuata alcuna indagine in ordine al ritardo nella corresponsione per valutare se detto ritardo possa essere considerato “fisiologico”rispetto ai tempi tecnici occorrenti per l’erogazione degli emolumenti stessi. La predetta indagine va, invece, sempre effettuata quando il ritardo è determinato da circostanze di fatto.
Ciò considerato, con la sentenza n. 142 del 28 maggio 2014, la Corte Costituzionale non è intervenuta sui sopra richiamati principi in tema di tassazione separata ma ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 5 dell’art. 39 del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98 – convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 – nella parte in cui disponeva che “i compensi corrisposti ai membri delle commissioni tributarie entro il periodo di imposta successivo a quello di riferimento si intendono concorrere alla formazione del reddito imponibile ai sensi dell’articolo 11 del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.
In altri termini, tale disposizione stabiliva che tali compensi erano soggetti alla tassazione ordinaria anche se corrisposti dopo il 12 gennaio dell’anno successivo a quello di riferimento. Nella citata sentenza, la Corte Costituzionale, nel rimuovere la disposizione dall’ordinamento ha confermato i principi che ispirano la tassazione separata sui redditi di lavoro dipendente ed assimilati.
Alla luce di quanto affermato dalla Corte Costituzionale, in linea con i principi generali in materia di tassazione separata e con i documenti di prassi, si ritiene che qualora i compensi siano erogati in periodi d’imposta successivi a quello di maturazione, con periodicità costante, tale da considerarsi fisiologica, agli stessi risultano applicabili le ordinarie modalità di tassazione.
In altri termini, i compensi maturati in precedenti periodi di imposta ed erogati nei tempi ordinariamente necessari per l’espletamento della procedura di liquidazione -tempi che determinerebbero l’erogazione delle somme ad intervalli regolari – devono essere assoggettati a tassazione ordinaria.
In tal caso, infatti, l’applicazione della tassazione, secondo le ordinarie aliquote per scaglioni, non altera la capacità contributiva dei percettori, in quanto il reddito annuale risulterà costante, nonostante la componente variabile sia maturata in anni precedenti a quello di erogazione.
Resta fermo, che qualora nel medesimo periodo d’imposta siano erogati,eccezionalmente, emolumenti arretrati relativi a più anni, in quanto, ad esempio, la semplificazione delle procedure ha comportato una accelerazione dei pagamenti, si può assumere, che il maggior ritardo nella erogazione delle somme relative agli anni più risalenti sia dovuto a cause non fisiologiche, tali da giustificare l’assoggettamento delle stesse alla tassazione separata.
Nel caso esaminato dall’Amministrazione finanziaria si ritiene che sia la liquidazione dei Compensi variabili, relativi al periodo d’imposta 2018, erogati nel 2019, che quella dei Compensi CUT, relativi ai periodi di imposta 2015 e 2016, erogati rispettivamente nel 2017 e 2018, avviene ad intervalli regolari ovvero nei tempi ordinariamente necessari per l’espletamento delle relative procedure di liquidazione. Pertanto, salvo verifiche di fatto non esperibili in sede di interpello, si ritiene che detti emolumenti siano da assoggettare al regime della tassazione ordinaria.
Diversamente, in relazione ai Compensi CUT relativi al periodo d’imposta 2014 erogati nel 2017, è corretta l’applicazione del regime della tassazione separata, in quanto il ritardo appare imputabile a cause non fisiologiche.