Calamità naturali, le indicazioni Inps alle imprese agricole per il “trascinamento delle giornate”

Con circolare n. 161 del 27 dicembre 2019, l’Inps fornisce indicazioni per la compilazione degli elenchi nominativi dei braccianti agricoli (R.D. 24 settembre 1940, n. 1949), valevoli per l’anno 2019, con ampliamento per il medesimo anno dell’ambito soggettivo di applicazione del beneficio del “trascinamento delle giornate” (art. 21, co. 6-bis, L. n. 223/1991).

Come noto, l’articolo 21, co. 6, della Legge n. 223/1991 prevede, per i lavoratori agricoli a tempo determinato, un particolare beneficio previdenziale, il cosiddetto “trascinamento delle giornate”. Esso consiste nel riconoscimento, sia ai fini previdenziali che assistenziali, in aggiunta alle giornate di lavoro prestate nell’anno in corso, di un numero di giornate necessarie al raggiungimento del numero di giornate lavorative effettivamente svolte presso i medesimi datori di lavoro, nell’anno precedente a quello di fruizione dei benefici per gli interventi di prevenzione e compensazione dei danni da calamità naturali o eventi eccezionali (art. 1, co. 3, D.Lgs. n. 102/2004). Il beneficio è riconosciuto anche ai piccoli coloni e ai compartecipanti familiari delle aziende colpite dalle predette avversità.
Nell’anno 2018 il beneficio è stato destinato ai lavoratori occupati a tempo determinato per almeno cinque giornate, come risultanti dalle iscrizioni degli elenchi anagrafici, presso un’impresa agricola (art. 2135 c.c.) che abbia fruito di almeno uno dei predetti interventi e ricadente in un’area dichiarata calamitata dalla Regioni con propria delibera o decreto (art. 1, co. 1079, L n. 296/2006). Requisito necessario ai fini del “trascinamento” è che le giornate di lavoro siano state prestate presso i medesimi datori di lavoro.
Orbene, a seguito dell’emanazione del Decreto Legge n. 27/2019 (convertito in L. n. 44/2019), è stata ampliata per l’anno 2019 la platea dei destinatari del beneficio, ricomprendendo tra questi anche i lavoratori agricoli a tempo determinato, dipendenti nell’anno 2018 per almeno cinque giornate, da imprese agricole beneficiarie dei citati interventi in deroga e ricadenti nelle zone colpite da calamità naturali di cui all’Ordinanza del Capo del Dipartimento della protezione civile n. 558 del 15 novembre 2018, (territori delle regioni Calabria, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Toscana, Sardegna, Siciliana, Veneto e delle Province autonome di Trento e Bolzano, colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici verificatisi a partire dal mese di ottobre 2018).
Le aziende interessate devono trasmettere per via telematica la dichiarazione di calamità, direttamente o per il tramite degli intermediari autorizzati, avvalendosi dell’apposito servizio, denominato “Dichiarazione di calamità aziende agricole”, accessibile nella sezione “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” del sito istituzionale (www.inps.it) e fruibile con le consuete modalità di accesso. Le dichiarazioni di calamità devono fare riferimento alle aree delimitate da provvedimenti delle Regioni ovvero dall’Ordinanza del Capo del Dipartimento della protezione civile n. 558/2018. Per la concessione del beneficio ai piccoli coloni e compartecipanti familiari, i concedenti devono inviare alle Strutture dell’Istituto competenti per territorio il modulo cartaceo SC95, “Dichiarazione per la concessione ai piccoli coloni/compartecipanti familiari dei benefici a seguito di eventi calamitosi o di eventi eccezionali”, reperibile sul sito dell’Istituto (www.inps.it). La trasmissione deve avvenire entro la data del 25 febbraio 2020 per consentire alle Strutture territoriali di procedere alla validazione delle domande entro il 4 marzo 2020. Al riguardo, tali Sedi territoriali devono far riferimento esclusivamente ai decreti/delibere regionali che delimitano i territori e alla richiamata Ordinanza; in caso di reiezione, per completare l’esito dell’operazione, è obbligatorio indicare le motivazioni del rigetto.

Elementi identificativi del “trasfertismo”: le indicazioni Inps per la definizione del contenzioso

Con circolare n. 23 dicembre 2019, n. 158, l’Inps fornisce le indicazioni per una corretta applicabilità del regime contributivo delle indennità di trasferta e di trasfertismo, anche allo scopo di assicurare la definizione del contenzioso sull’argomento pendente in sede amministrativa e giudiziaria

Come noto, il lavoratore subordinato può essere chiamato a svolgere la sua attività in un luogo diverso dalla sede di lavoro, venendosi a configurare le due distinte fattispecie della trasferta “occasionale” e della trasferta “strutturale o per contratto” prevista per i lavoratori c.d. trasfertisti. L’esatta configurazione dell’una o dell’altra ipotesi rileva in relazione alla diversa disciplina contributiva e fiscale applicabile (art. 51, commi 5 e 6, D.P.R. n. 917/1986).
In particolare, nel caso di trasferta “occasionale” è prevista una esenzione fiscale e contributiva per le indennità forfetarie erogate, entro determinati limiti giornalieri, diversi a seconda che la prestazione sia svolta in Italia (euro 46,48) o all’estero (euro 77,47), ma pur sempre al di fuori del territorio comunale, che subiscono riduzioni proporzionali agli eventuali rimborsi delle spese per vitto e/o alloggio (un terzo e due terzi). Per le trasferte effettuate nel territorio comunale, è prevista una totale imponibilità sia delle indennità che dei rimborsi, tranne per quelli delle spese di trasporto documentate dal vettore. Per le indennità erogate ai “trasfertisti” è stabilita una imponibilità al 50% a prescindere dal loro ammontare.
Circa gli elementi necessari per l’esistenza del trasfertismo, il Legislatore, con norma di interpretazione autentica (art. 7-quinquies, D.L. n. 193/2016, conv. in L. n. 225/2016), ha disposto che i lavoratori rientranti nella relativa disciplina (art. 51, co. 6, D.P.R. n. 917/1986) sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni:
– mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro;
– svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente;
– corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta.
Ai lavoratori ai quali, a seguito della mancata contestuale esistenza delle predette condizioni, non sia applicabile la disposizione normativa, è riconosciuto il diritto a beneficiare del trattamento previsto per le indennità di trasferta (art. 51, co. 5, D.P.R. n. 917/1986).
Tale disposizioni legislative, tuttavia, confermano le indicazioni amministrative già diramate dall’Istituto con messaggio n. 27271/2008 (in linea con i criteri stabiliti dal Ministero delle finanze con la circolare n. 326/E/1997), dove peraltro si specificava che per sede di lavoro doveva intendersi il luogo di svolgimento dell’attività lavorativa e non quello di assunzione.
Infine, va tenuto in considerazione il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 27093/2017), per cui, in materia di trattamento contributivo dell’indennità di trasferta, l’eventuale continuatività della corresponsione del relativo compenso, non ne modifica l’assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso.

Congedo maternità post partum, le indicazioni operative Inps

Con circolare n. 148 del 12 dicembre 2019, l’Inps fornisce istruzioni amministrative in materia di diritto alla fruizione dei cinque mesi di congedo di maternità e paternità, esclusivamente dopo l’evento del parto.

Come noto, dal 1° gennaio 2019, è riconosciuta alle lavoratrici gestanti la facoltà di fruire dei cinque mesi di congedo di maternità a partire dal giorno successivo al parto, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro, attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro (art. 16, co. 1-1, D.Lgs. n. 151/2001).
La documentazione sanitaria deve essere acquisita dalla lavoratrice nel corso del settimo mese di gravidanza e deve attestare l’assenza di pregiudizio alla salute fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto qualora successivo alla data presunta. Le certificazioni mediche devono attestare esplicitamente l’assenza di pregiudizio nei predetti termini. In mancanza, le certificazioni che conterranno il solo riferimento alla data presunta del parto, saranno idonee a consentire lo svolgimento dell’attività lavorativa fino al giorno antecedente alla data presunta del parto, con conseguente inizio del congedo di maternità dalla data presunta stessa e fermo restando la non indennizzabilità dei giorni lavorati fino alla data effettiva del parto, in quanto regolarmente retribuiti dal datore di lavoro e coperti sul piano degli obblighi contributivi.
Anche durante la fruizione della flessibilità del congedo (art. 20, D.Lgs. n. 151/2001), è possibile prolungare ulteriormente la propria attività lavorativa utilizzando la facoltà di fruire della maternità dopo il parto. In tal caso, la lavoratrice gestante che continui, quindi, a lavorare nell’ottavo mese di gravidanza, ha l’obbligo di far attestare, entro la fine del mese, da un medico specialista del Ssn o con esso convenzionato e, ove presente, dal medico aziendale competente, l’assenza di pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto. Se prodotte all’Inps dopo la fine dell’ottavo mese, la documentazione sanitaria deve comunque essere stata redatta nel corso dell’ottavo o del settimo mese di gravidanza.
In caso di parto “fortemente” prematuro (Inps, circolare n. 69/2016),avvenuto prima dell’inizio dell’ottavo mese di gestazione, per la lavoratrice saranno fruibili anche i giorni che intercorrono tra la data effettiva del parto e l’inizio dei due mesi ante partum. Pertanto l’opzione della lavoratrice, eventualmente già esercitata, di fruire di tutto il congedo di maternità dopo il parto, sarà considerata come non effettuata.
Alla lavoratrice gestante che opti per il congedo post partum è preclusa la possibilità di sospendere e rinviare il congedo di maternità per il ricovero del minore in una struttura pubblica o privata (art. 16-bis, D.Lgs. n. 151/2001), in quanto non consentirebbe di rispettare il limite temporale dei cinque mesi entro cui fruire del congedo di maternità.
L’interdizione dal lavoro per gravi complicanze della gravidanza o persistenti forme morbose che si presume possano essere aggravate dallo stato di gravidanza (art. 17, co. 2, lett. a), D.Lgs. n. 151/2001), è compatibile con la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto, purché i motivi alla base della predetta interdizione cessino prima dell’inizio del congedo di maternità ante partum. Di contro, come evidente, l’interdizione dal lavoro per condizioni di lavoro o ambientali pregiudizievoli alla salute della donna e del bambino e quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni (art. 17, co. 2, lettere b) e c), D.Lgs. n. 151/2001), non risulta compatibile con la facoltà, in quanto non è possibile riprendere l’attività lavorativa fino alla conclusione dell’interdizione prorogata.
Le lavoratrici che all’inizio del periodo di congedo di maternità non prestino attività lavorativa, ma alle quali sia riconosciuto il diritto all’indennità di maternità (ad esempio, disoccupate ammesse al godimento dell’indennità di disoccupazione) (art. 24, D.Lgs. n. 151/2001), non possono avvalersi della facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto.
Ancora, l’insorgere di un periodo di malattia prima dell’evento del parto comporta l’impossibilità di avvalersi dell’opzione; ciò, in quanto ogni processo morboso in tale periodo comporta un “rischio per la salute della lavoratrice e/o del nascituro”, superando di fatto il giudizio medico precedentemente espresso nell’attestazione del medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e, ove presente, del medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Il certificato di malattia eventualmente prodotto non produrrà quindi alcun effetto ai fini della tutela previdenziale della malattia, mentre rimangono confermati gli effetti giuridici e medico-legali dello stesso. Ne consegue che, dal giorno di insorgenza dell’evento morboso (anche qualora fosse un singolo giorno), la lavoratrice gestante inizia il proprio periodo di congedo di maternità e le giornate di astensione obbligatoria non godute prima si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto.
Infine, la scelta di avvalersi della facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto, deve essere effettuata dalla lavoratrice nella domanda telematica di indennità di maternità, selezionando la specifica opzione, entro un anno dalla fine del periodo indennizzabile, pena la prescrizione del diritto all’indennità. La documentazione medico-sanitaria deve essere presentata in originale direttamente allo sportello presso la Struttura territoriale oppure spedita a mezzo raccomandata, in un plico chiuso riportante la dicitura “Contiene dati sensibili”.

Inail, la rendita ai superstiti spettante anche in caso di aggravamento oltre il termine per la revisione

Il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius; tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto (Corte di Cassazione, ordinanza 26 novembre 2019, n. 30879).

La Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto da un soggetto che chiedeva il riconoscimento della rendita ai superstiti e dell’assegno funerario per la morte di un lavoratore, a seguito delle complicanze legate alla malattia professionale di cui soffriva in vita. La Corte aveva ritenuto che l’evoluzione peggiorativa dell’originaria malattia professionale di cui era affetto il de cuius, era comparsa ben oltre il termine di 15 anni stabilito per la revisionabilità della rendita; pertanto, benché il diritto alla rendita ai superstiti sorga autonomamente e per legge in capo agli interessati, esso trovava necessariamente fondamento sui presupposti dettati dalla normativa del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (D.P.R. n. 1124/1965) ed era soggetto ai principi fissati dalla stessa normativa, compreso quello per cui gli aggravamenti, per essere azionabili nei confronti di Inail, dovevano essersi verificati entro il quindicennio dalla costituzione della rendita, termine che operava sul piano sostanziale incidendo sull’esistenza stessa del diritto.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione il superstite, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (artt. 85, 83 e 137, D.P.R. n. 1124/1965), avendo la Corte posto dei limiti temporali all’applicazione dei parametri per l’erogazione della rendita ai superstiti, non contemplati dalla normativa.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La Corte di merito, infatti, tradendo la premessa sull’autonomia della rendita ai superstiti e sul diritto degli eredi a percepirla iure proprio, ha riferito alla rendita ai superstiti l’istituto della “revisione della rendita per miglioramento o peggioramento”, riguardante invece esclusivamente la diversa prestazione relativa alla rendita di cui è titolare lo stesso lavoratore assicurato, ovvero la rendita già costituita. L’oggetto della revisione è, infatti, il grado di riduzione dell’integrità psico-fisica del lavoratore ed il provvedimento di determinazione della misura della rendita già liquidata, nonché lo status di assenza postumi d’invalidità permanente o di presenza postumi che non raggiungono il minimo per l’indennizzabilità in capitale o per l’indennizzabilità in rendita (art. 13, co. 4, D.Lgs. n. 38/2000).
La rendita ai superstiti costituisce quindi una prestazione previdenziale che spetta iure proprio e non iure successionis e il diritto non appartiene al patrimonio del defunto perché nasce alla morte dell’assicurato. Di conseguenza, si prescinde dalla circostanza che per l’infortunio sul lavoro o per la malattia professionale sia stata già costituita la rendita, ed essa compete nonostante che la rendita sia stata liquidata in capitale all’infortunato. Altresì, essa non è vincolata dal preesistente accertamento amministrativo dell’esistenza di postumi invalidanti, trattandosi di un diritto autonomo che prescinde del tutto dalla titolarità della rendita.
Infine, con riguardo alla questione oggetto di causa, il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius. Tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto.

Studio professionale associato, nessun obbligo assicurativo nei confronti dell’Inail

In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali (Corte di Cassazione, sentenza 21 novembre 2019, n. 30428).

Una Corte d’appello territoriale aveva respinto l’appello proposto dall’INAIL avverso la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato come non soggetto all’obbligo di cui all’assicurazione per gli infortuni e le malattie professionali gestita dall’INAIL, uno Studio associato di architetti, in relazione alla posizione dei singoli associati. La pretesa dell’INAIL traeva origine da un accertamento ispettivo dal quale era emerso che l’atto costitutivo dello Studio appellato prevedeva che i singoli architetti erano gli unici a garantire lo svolgimento delle attività facenti capo allo studio associato, sicché, essendo la concreta situazione organizzativa assimilabile a quella dei soci lavoratori delle società semplici, risultava sussistente il requisito soggettivo di cui all’articolo 4, comma 1, n. 7, del Testo Unico del 1965. Il Tribunale, però, aveva negato l’obbligo assicurativo ritenendo che l’operazione di assimilazione ipotizzata fosse illegittima, considerata la natura libero professionale dell’attività svolta dagli architetti associati. Ricorre così in Cassazione l’Istituto assicuratore, lamentando falsa applicazione e violazione della legge, laddove il citato disposto normativo prevede vadano assicurati anche i soci delle cooperative e di ogni altro tipo di società, anche di fatto e comunque denominata, costituita od esercitata, i quali prestano opera manuale oppure non manuale. In sostanza, lo Studio associato doveva ritenersi una società di fatto in quanto soggetto giuridico autonomo distinto dai singoli partecipanti.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Già in precedenza (Corte di cassazione, sentenza n. 15971/2017), è stato affermato il principio secondo il quale in tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo (artt. 1, 4 e 9, D.P.R. n. 1124/1965) ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali. Altresì, sempre di recente, la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 25 del 12 gennaio 2016) ha confermato la mancanza dell’obbligo assicurativo contro gli infortuni e le malattie professionali in capo ai membri di studi professionali associati, ancorché legati da un vincolo di dipendenza funzionale. La Corte Costituzionale, in particolare, ha rilevato sul punto che “a fronte della multiforme realtà degli studi professionali, contraddistinta dalla coesistenza dei disparati assetti organizzativi, che l’accordo degli associati prefigura, e dal vario atteggiarsi dei rapporti di lavoro, secondo i tratti dell’autonomia o di un coordinamento più incisivo delle prestazioni, la discrezionalità del Legislatore può modulare l’obbligazione assicurativa secondo schemi molteplici, che individuino in maniera univoca e coerente, in questa variegata gamma di fattispecie, le situazioni meritevoli di tutela; che, pertanto, la soluzione tratteggiata dal giudice rimettente, incentrata sul criterio selettivo della dipendenza funzionale, non è costituzionalmente imposta”. Altresì, come più volte affermato anche dalla giurisprudenza costituzionale, alla pretesa fatta valere dal ricorrente osta il dato che nel sistema assicurativo gestito dall’INAIL non vige il principio assoluto della copertura universalistica delle tutele. Peraltro, tale carenza legittima l’intervento del giudice delle leggi solo laddove si realizzi una palese violazione del principio di eguaglianza costituzionalmente sancito (art. 3), che non può essere derogato. In definitiva, dunque, devono ritenersi persistenti, all’interno del sistema antinfortunistico e di assicurazione per le malattie professionali, limiti oggettivi e soggettivi sia rispetto alle “attività protette” che alle “persone assicurate”.