Fattura elettronica non obbligatoria per le esportazioni extraUE

Per le cessioni all’esportazione  fuori dall’ambito UE non è obbligato ad emettere l’e-fattura né effettuare la trasmissione telematica dei dati delle operazioni transfrontaliere (Agenzia Entrate – risposta n. 130/2019).

Il commerciante che esporta prodotti fuori dall’ambito UE non è obbligato ad emettere fattura elettronica né ad effettuare la trasmissione telematica dei dati delle operazioni transfrontaliere, in quanto le cessioni sono documentate con bollette doganali. Qualora invece decida di procedere all’utilizzo della fattura elettronica, l’emissione deve essere effettuata tramite il Sistema di Interscambio (SdI), secondo le modalità previste per le fatture emesse nei confronti dei soggetti residenti, inserendo un codice destinatario convenzionale.

Inoltre, a seguito dell’informatizzazione delle procedure, la prova dell’operazione commerciale di esportazione non è più fornita dal visto cartaceo, ma dal documento informatico predisposto dalla dogana di uscita.

Infatti non è più necessario che la dogana di uscita apponga materialmente sulla fattura il visto uscire, poiché è sostituito dal messaggio elettronico della dogana di uscita.

Regime forfetario: disapplicazione delle cause ostative per il 2019

Con le Risposte ad interpelli n. 120 e n. 125 del 23 aprile 2019, l’Agenzia delle Entrate ha confermato l’applicazione del regime forfetario per l’anno 2019 anche in presenza della causa ostativa della partecipazione in società di persone, associazioni o imprese familiari.

Rispondendo a due interpelli riguardanti due casi accomunati dalla sussistenza della causa ostativa del possesso di una partecipazione in una società di persone, l’Agenzia delle Entrate ha confermato la possibilità di adottare il regime forfetario per il 2019 nonostante la permanenza della stessa.
Con la Legge di Bilancio 2019 è stato innalzato a 65.000 euro il limite di ricavi o compensi percepiti per l’accesso e la permanenza nel regime forfetario.
Allo scopo di evitare artificiosi frazionamenti delle attività d’impresa e di lavoro autonomo svolte oppure artificiose trasformazioni di attività di lavoro dipendente in attività di lavoro autonomo per beneficiare della minore tassazione, tuttavia, sono state riformulate le cause ostative all’ingresso ed alla permanenza nel regime agevolato.
Tra la cause ostative, peraltro, è stata confermata quella già prevista dalla previgente disciplina, che esclude l’applicazione del regime forfetario da parte di esercenti attività d’impresa, arti o professioni che partecipano, contemporaneamente all’esercizio dell’attività, a società di persone, ad associazioni o a imprese familiari.
Rispetto alle cause ostative, peraltro, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che la nuova formulazione della disciplina, letta alla luce della ratio legis, porta a ritenere che esse non operino se il contribuente, nell’anno precedente a quello di applicazione del regime forfetario, provveda preventivamente a rimuoverle.
Secondo tale principio, dunque, a tutti coloro che detengono una partecipazione in società di persone sarebbe preclusa l’applicazione del regime forfetario nel 2019, che potrebbe essere adottato soltanto a partire dal 2020 dismettendo la partecipazione entro la fine 2019.
Tuttavia, considerato che la Legge di Bilancio 2019 è stata pubblicata in gazzetta ufficiale alla fine dell’anno 2018, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che per il 2019 deve ritenersi consentito comunque applicare il regime forfetario, anche in presenza di cause ostative. Ovviamente, al fine della permanenza nel regime, la partecipazione dovrà essere dismessa entro la fine del 2019, pena la fuoriuscita a decorrere dal 2020.

CASO 1

Con la Risposta n. 120 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha esaminato il caso di un avvocato che ha fruito fino al 31 dicembre 2018 del cd. “regime fiscale di vantaggio”, e avendo nel corso del periodo d’imposta 2018 percepito compensi per un importo complessivamente superiore alla soglia di euro 30.000,00, ma inferiore a euro 65.000,00, intende adottare per il 2019 il regime forfetario.
Lo stesso però detiene una quota di partecipazione minoritaria (ereditata dalla defunta madre), quale socio accomandante, nella società in accomandita semplice del padre, svolgente attività di commercio all’ingrosso di altri materiali da costruzione (codice attività n. 467329).
In proposito, sulla base delle considerazioni esposte in precedenza, l’Agenzia delle Entrate ha confermato la possibilità di applicare il regime forfetario per il 2019. A decorrere dal 2020, però, l’applicazione del regime forfetario (fermo restando il rispetto delle altre condizioni) è subordinata alla cessione della partecipazione nella società in accomandita semplice di famiglia entro la fine del 2019.
Deve ritenersi irrilevante ai fini della disapplicazione della causa ostativa, la circostanza che la società svolga un’attività differente da quella del soggetto forfetario, e che la quota di partecipazione nel corso degli anni non abbia mai garantito alcuna forma di guadagno o comunque di reddito.

CASO 2

Con la Risposta n. 125 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha esaminato il caso di un commercialista che intende applicare il regime forfetario per il 2019, ma detiene, in qualità di socio accomandante, una partecipazione pari al 15 per cento del capitale sociale di una società in accomandita semplice che svolge esclusivamente attività di commercio di materiale da costruzione (ATECO 47.52.30).
A differenza del caso precedente, il commercialista rappresenta che al fine di disinnescare la causa ostativa intende donare, nel 2019, l’usufrutto della quota di partecipazione al nipote (che attualmente non è socio della società), rimanendo di conseguenza titolare della sola nuda proprietà.
Anche in questo, sulla base delle medesime considerazioni, l’Agenzia delle Entrate ha confermato la possibilità di applicare il regime forfetario per il 2019, a prescindere dal possesso della partecipazione. Al fine di disinnescare la causa ostativa a decorrere dal 2020, però, non può ritenersi sufficiente la donazione (o la cessione) del solo diritto di usufrutto della quota di partecipazione, mantenendo la titolarità della nuda proprietà; in tal caso, la causa ostativa permane comunque nel possesso di partecipazioni a titolo di nuda proprietà.

Definita la procedura di selezione del credito d’imposta per gli investimenti in Campania

Online la procedura di selezione, di ammissione e di rendicontazione dei progetti di investimento attuati nelle zone assistite della Regione Campania (Ministero Sviluppo Economico – decreto 19 aprile 2019).

Le risorse assegnate al credito d’imposta sono utilizzate a favore delle PMI beneficiarie, autorizzate alla fruizione del medesimo credito d’imposta da parte dell’Agenzia delle entrate, in relazione ai progetti di investimento che risultano:
– non ultimati al momento della presentazione della comunicazione;
– di importo non superiore ad euro 500.000,00 (cinquecentomila/00);
– riguardare attività economiche rientranti nel campo di applicazione del Fondo europeo di sviluppo regionale, ad eccezione delle attività di cui alla sezione A della classificazione ATECO 2007 (agricoltura, silvicoltura e pesca);
– realizzati o da realizzare nel territorio della Regione.

A seguito delle verifiche, il Ministero dello Sviluppo Economico adotta i provvedimenti di utilizzo delle risorse del POR Campania per le PMI beneficiarie. Il provvedimento di utilizzo delle risorse viene trasmesso alla PMI beneficiaria tramite posta elettronica certificata (PEC), e riporta:
– l’importo, a valere sulle risorse del POR Campania, del credito d’imposta;
– l’indicazione della struttura produttiva in cui è effettuato il progetto di investimento;
– le condizioni che possono comportare il disimpegno totale o parziale delle risorse del POR Campania.

A seguito della realizzazione dei progetti di investimento, la PMI beneficiaria deve rendicontare le spese di acquisizione delle immobilizzazioni materiali previste nella comunicazione ed effettivamente sostenute.
La documentazione deve essere inviata al Ministero:
– nei termini indicati nel provvedimento di utilizzo comunque entro e non oltre il 31 dicembre 2023;
– esclusivamente mediante caricamento sulla piattaforma informatica all’indirizzo https://agevolazionidgiai.invitalia.it – sezione “Attuazione Misure DGIAI” a cura del rappresentante legale o procuratore, secondo le modalità indicate sul sito stesso.

Fisco: chiarimenti sulla definizione agevolata PVC

Fornite precisazioni sulla definizione agevolata dei processi verbali di constatazione (Agenzia delle Entrate – Risposta 19 aprile 2019, n. 112).

Con particolare riferimento alla possibilità di regolarizzare la constatazione di un’infedeltà dichiarativa per esposizione di un credito superiore a quello effettivamente spettante, è stato chiarito che, qualora il minor credito non spettante “risulti ancora disponibile nell’ultima dichiarazione presentata e non ancora utilizzato” dal contribuente, quest’ultimo può accedere alla definizione agevolata del pvc presentando:
– la dichiarazione agevolata dei processi verbali di constatazione, al fine di rideterminare il credito effettivamente spettante per il periodo d’imposta oggetto di definizione agevolata;
– una dichiarazione integrativa “ordinaria”, “al fine di ridurre l’importo del credito per la quota parte non più disponibile a seguito della definizione agevolata delle violazioni riferite al periodo di imposta in cui si è originato il credito”.
Quindi, nel caso prospettato dall’istante in cui non sono ancora scaduti i termini per la presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta successivo a quello oggetto delle violazioni constatate (2018), lo stesso può definire, in via agevolata, il rilievo ai fini IVA di cui al pvc:
– rideterminando il credito effettivamente spettante per il periodo d’imposta oggetto di definizione agevolata (2017) tramite la presentazione della dichiarazione IVA 2018 entro il 31 maggio 2019;
– indicando il credito così rideterminato nella dichiarazione IVA 2019, da presentarsi entro il 30 aprile 2019.
Quanto poi, alla necessità di definizione delle segnalazioni contenute in un pvc, si conferma che l’istante non è tenuto a definire, oltre al rilievo relativo all’IVA, anche i fatti o le circostanze che rientrano nella segnalazione ai fini IRES perché la stessa non ha diretta attinenza con quanto può formare oggetto della definizione agevolata.

Sanzioni per operazioni inesistenti: definizione agevolata liti pendenti

Con la Risposta ad interpello n. 113 del 19 aprile 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ai fini della definizione agevolata della controversia tributaria riguardante l’atto con il quale sono irrogate le sanzioni per il comportamento antigiuridico di deduzione dei costi o delle spese riferite a operazioni inesistenti, deve essere presentata autonoma richiesta di definizione agevolata rispetto all’atto di accertamento delle maggiori imposte

IL CASO
L’Agenzia delle Entrate ha emesso avviso di accertamento nei confronti del contribuente contestando sia l’utilizzo di fatture d’acquisto per operazioni oggettivamente inesistenti, sia l’emissione di fatture aventi ad oggetto gli stessi beni e servizi di cui alle predette fatture d’acquisto. Quindi ha irrogato le sanzioni amministrative collegate ai tributi IVA ed IRES per infedeltà delle dichiarazioni presentate e indebita detrazione dell’IVA.
In riferimento alle fatture relative alle operazioni inesistenti, inoltre, ha irrogato una sanzione amministrativa per “comportamento antigiuridico” corrispondente al 25% dell’importo dei costi indeducibili, riportati nelle fatture d’acquisto ritenute false.
Il contribuente ha impugnato sia gli avvisi di accertamento che i corrispondenti atti di irrogazione sanzioni.
Considerato che i relativi giudizi pendono dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, si chiede se ai fini della definizione agevolata delle controversie tributarie, le sanzioni per “comportamento antigiuridico” possano considerarsi “collegate ai tributi” recuperati a tassazione con i separati avvisi di accertamento, e quindi automaticamente definite per effetto della definizione riferita ai medesimi avvisi di accertamento, oppure rientrino tra gli atti che vanno definiti in via autonoma con il pagamento del 40% delle sanzioni in contestazione.

PARERE DEL FISCO
In tema di definizione agevolata delle controversie tributarie, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che nelle ipotesi di accertamento relativo all’utilizzo di fatture d’acquisto per operazioni oggettivamente inesistenti, l’atto con il quale sono irrogate le sanzioni proporzionali all’importo dei costi indeducibili riportati nelle fatture d’acquisto false, per “comportamento antigiuridico”, non può ritenersi automaticamente definito per effetto della definizione della controversia dell’atto di accertamento delle maggiori imposte.
In tal caso è necessario presentare apposita domanda di definizione agevolata prevista per le controversie relative a sanzioni non collegate ai tributi cui si riferiscono.
La disciplina in materia di definizione agevolata delle controversie tributarie prevede la possibilità di definirle con il versamento di un importo correlato al valore della lite, in base allo stato e al grado del giudizio. Maggiori sono le probabilità di vittoria del contribuente, minore è il costo della definizione.
La stessa procedura, tuttavia, distingue le controversie riguardanti l’accertamento di maggiori tributi, rispetto a quelle riguardanti atti di irrogazione sanzioni non collegate ai tributi.
Nel primo caso (accertamento di maggiori tributi), la controversia può essere definita con il pagamento di una percentuale del valore della controversia, che varia in base allo stato e al grado del giudizio, con automatica esclusione delle sanzioni e degli interessi.
Nella seconda ipotesi (sanzioni non collegate ai tributi), la controversia può essere definita con il pagamento di una somma pari al 15 per cento del valore della controversia in caso di soccombenza dell’Agenzia delle entrate nell’ultima o unica pronuncia giurisdizionale non cautelare, sul merito o sull’ammissibilità dell’atto introduttivo del giudizio, ovvero pari al 40 per cento del valore di lite negli altri casi.
Orbene, con riferimento all’accertamento riguardante l’utilizzo di fatture d’acquisto per operazioni oggettivamente inesistenti, oltre alla contestazione dei maggiori tributi correlati alla indebita deduzione e detrazione relativa alle false fatture, è prevista l’irrogazione di un specifica sanzione amministrativa per “comportamento antigiuridico” (consistente nella deduzione di costi e spese sostenuti in relazione a beni o servizi non effettivamente scambiati o prestati) dal 25 al 50 per cento dell’ammontare dei componenti negativi indeducibili indicati nella dichiarazione dei redditi.
L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che ai fini della definizione agevolata delle controversie tributarie, tali sanzioni si considerano non collegate ai tributi cui si riferiscono, e pertanto devono ritenersi definibili in via autonoma rispetto all’accertamento dei maggiori tributi, con il pagamento di una somma del 15 ovvero del 40 per cento del valore della lite, in base allo stato e al grado del giudizio.