Solidarietà negli appalti ed esclusiva responsabilità per sanzioni civili, in capo all’inadempiente


L’articolo 21 del D.L. n. 5/2012, convertito in L. n. 35/2012, laddove esclude che l’obbligo del committente di versare i contributi in via di solidarietà si estenda anche alle sanzioni civili, non è norma di interpretazione autentica con efficacia retroattiva (Corte di Cassazione, ordinanza 15 ottobre 2020, n. 22395)


Una Corte di appello territoriale, confermando la sentenza di primo grado, nel giudizio di accertamento negativo di un debito contributivo all’esito di diffida seguita a un verbale di accertamento Inps, aveva ritenuto la Società X tenuta all’adempimento delle obbligazioni contributive quale obbligato solidale della Società Y, alla quale, in forza di un contratto di appalto stipulato tra le parti. Secondo la Corte di merito non operava, nei confronti dell’Inps, la decadenza biennale dalla cessazione dell’appalto, assumendo rilievo la notifica del verbale di accertamento ispettivo dell’intenzione di procedere al recupero nei confronti dell’appaltante per i contributi omessi e le sanzioni civili. Altresì, la Corte territoriale confermava la sentenza gravata quanto all’onere della prova, compiutamente assolto dall’Inps, per essere il verbale ispettivo fondato su dichiarazioni di alcuni lavoratori e sulla significativa documentazione esaminata. Di contro, la sentenza gravata veniva riformata quanto alle sanzioni civili, ritenute non estensibili al soggetto obbligato in solido, sul presupposto della non imputabilità dell’inadempimento all’obbligato in via solidale.
La Società X (committente) propone così ricorso in Cassazione, censurando la sentenza impugnata per avere tenuto in considerazione i verbali ispettivi fondati su documentazione esaminata dai funzionari ispettivi ma non prodotta dall’Inps in giudizio e per avere attribuito al verbale ispettivo efficacia probatoria in difformità dall’orientamento giurisprudenziale.
Il ricorso non è meritevole di accoglimento.
In primis, le censure additano, nella sostanza, una errata valutazione del compendio probatorio e si risolvono nella richiesta di un diverso apprezzamento degli elementi di fatto, inammissibile in sede di legittimità. Spetta al giudice di merito, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 13485/2014).
Nel merito, poi, secondo orientamento consolidato di legittimità, i verbali ispettivi fanno piena prova, fino a querela di falso, dei fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti, ivi compresa l’esistenza e provenienza delle dichiarazioni raccolte a verbale, ma non anche delle valutazioni dell’ispettore o dei fatti non percepiti direttamente ma affermati dall’ispettore in base ad altri fatti (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 9632/2016). Tale materiale, però, è liberamente valutabile e apprezzabile dal giudice, il quale può anche considerarlo prova sufficiente, qualora il loro specifico contenuto probatorio o il concorso di altri elementi renda superfluo l’espletamento di ulteriori mezzi istruttori (Corte di Cassazione, ordinanza n. 11934/2019).
Infine, la Suprema Corte accoglie il ricorso incidentale con il quale l’Ente previdenziale deduce che la Società X avrebbe dovuto essere condannata al pagamento anche delle sanzioni civili. Ciò, in ragione del fatto che l’articolo 21 del D.L. n. 5/2012 (conv. in L. n. 35/2012), laddove esclude che l’obbligo del committente di versare i contributi in via di solidarietà si estenda anche alle sanzioni civili, non è norma di interpretazione autentica con efficacia retroattiva (Corte di Cassazione, ordinanza n. 6449/2020). Dunque, non risulta applicabile, nel caso specie, ratione temporis, l’esclusiva responsabilità per le sanzioni civili, in capo all’inadempiente.
Al riguardo, peraltro, in tema di estensione al credito per sanzioni civili degli effetti degli atti interruttivi posti in essere con riferimento al credito contributivo, va affermato che tra la sanzione civile e l’omissione contributiva, cui la sanzione inerisce, è sussistente un vincolo di dipendenza funzionale che, in quanto contrassegnato dall’automatismo della sanzione rispetto all’omesso o ritardato pagamento, incide non solo geneticamente sul rapporto dell’una rispetto all’altra, ma conserva questo suo legame di automaticità funzionale anche dopo l’irrogazione della sanzione. Di qui, le vicende che attengono all’omesso o ritardato pagamento dei contributi non possono che riguardare, proprio per il rilevato legame di automaticità funzionale, anche le somme aggiuntive che, sorgendo automaticamente alla scadenza del termine legale per il pagamento del debito contributivo, rimangono a questo debito continuativamente collegate in via giuridica (Corte di Cassazione, S.U., sentenza n. 5076/2015). In definitiva, l’automaticità funzionale, legalmente predeterminata, della sanzione civile rispetto all’obbligazione contributiva, porta ad includere, nell’affermata responsabilità solidale, anche le sanzioni civili.