Rendita vitalizia ed esistenza del rapporto di lavoro: inammissibile una sentenza come prova scritta


Ai fini della costituzione della rendita vitalizia, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova (Corte di Cassazione, sentenza 27 maggio 2019, n. 14416).


Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di prime cure, aveva rigettato la domanda proposta da un lavoratore nei confronti dell’ex datore di lavoro, intesa alla costituzione di una rendita vitalizia corrispondente alla copertura di un periodo di omissione contributiva. La Corte territoriale aveva osservato essere carente la prova scritta del rapporto di lavoro (art. 13, L. n. 1338/1962), non potendo essere qualificata tale una diversa sentenza del Tribunale, già pronunciata tra le medesime parti del rapporto di lavoro e passata in giudicato, che aveva appunto accertato l’esistenza del rapporto subordinato, giacché tale sentenza era fondata su prove testimoniali.
Il medesimo lavoratore ricorre così in Cassazione, evidenziando che la precedente sentenza di accertamento del rapporto di lavoro dipendente, posta a fondamento della domanda di rendita, dava atto della stipulazione tra le parti di cinque contratti di lavoro, che rappresentavano i documenti di data certa richiesti ai fini della prova del rapporto.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. L’art. 13 della L. n. 1338/1962 dispone, infatti, che il datore di lavoro che abbia omesso di versare contributi per l’assicurazione obbligatoria IVS e che non possa più versarli per sopravvenuta prescrizione, può chiedere all’Inps di costituire una rendita vitalizia reversibile pari alla pensione o quota di pensione che spetterebbe al lavoratore dipendente in relazione ai contributi omessi. Il datore di lavoro è ammesso ad esercitare la predetta facoltà previa esibizione all’Inps di documenti di data certa, dai quali possano evincersi la effettiva esistenza e la durata del rapporto di lavoro, nonché la misura della retribuzione corrisposta al lavoratore interessato. Il lavoratore, quando non possa ottenere dal datore di lavoro la costituzione della rendita, può egli stesso sostituirsi al datore di lavoro, salvo il diritto al risarcimento del danno, a condizione che fornisca all’Inps le prove del rapporto di lavoro e della retribuzione. Al riguardo, poi, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della predetta norma nella parte in cui, salva la necessità della prova scritta sulla esistenza del rapporto di lavoro da fornirsi dal lavoratore, non consente di provare altrimenti la durata del rapporto e l’ammontare della retribuzione (sentenza n. 568/1989). Secondo la Consulta, il Legislatore ha voluto impedire che si creassero posizioni assicurative fittizie, ma ciò non può, di fatto, rendere la relativa prova talmente difficoltosa da vanificare detto riconoscimento o quanto meno da farlo diventare inattuabile.
Orbene, tali principi sono stati fatti propri dalle Sezioni unite della Cassazione (sentenza 18 gennaio 2005, n. 840), per cui la dimostrazione dell’effettiva esistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato, fin da prima della formale costituzione del rapporto, deve essere necessariamente fornita con la prova documentale, mentre la durata del rapporto di lavoro può essere provata con ogni mezzo, ma sempre circoscritta al caso in cui il documento comprovi l’avvenuta costituzione di un rapporto a partire dalla medesima epoca. Deve, dunque, continuare ad escludersi che la prova della subordinazione possa essere desunta anche in forza di un ragionamento presuntivo, stante l’estrema difficoltà di provare in modo diretto tutti gli elementi tipici della subordinazione. E ciò perché, quando per legge o per volontà delle parti sia prevista, per un certo atto o contratto, la forma scritta, sia essa ad substantiam o ad probationem, tanto la prova testimoniale quanto quella per presunzioni che abbiano ad oggetto, implicitamente o esplicitamente, l’esistenza dell’atto o del contratto sono inammissibili, salvo che la detta prova non sia volta a dimostrare la perdita incolpevole del documento. In altri termini, ai fini della costituzione della rendita, è irrilevante che l’accertamento della esistenza di un rapporto di lavoro sia avvenuto nel corso di giudizio se ciò è avvenuto mediante prove testimoniali, ancorché su ciò si sia formato il giudicato, a meno che quest’ultimo non abbia come oggetto la natura di documentazione di data certa di una determinata prova. Diversamente, il divieto posto dalla legge risulterebbe sin troppo facilmente eludibile, pervenendosi alla prova, ma non documentale e rigorosa come richiesto dalla legge, con un previo excursus giudiziario.