I medici convenzionati col Servizio sanitario nazionale non pagano l’Irap

Secondo quanto disposto dalla Corte di Cassazione in materia di Irap, i medici convenzionati con il servizio sanitario nazionale, aventi almeno uno studio professionale ai fini dell’esercizio dell’attività, non scontano il tributo (Corte di cassazione – ordinanza n. 6330/2015).

L’orientamento della Corte di Cassazione che, sull’argomento si è espressa già in precedenza ribadendo l’insussistenza del presupposto impositivo Irap, muove esclusivamente sulle caratteristiche funzionali e strutturali di tale convenzione.
In particolare sul piano funzionale, la giurisprudenza ha precisato che, l’attività del medico in regime di convenzione coopera a rendere effettiva la tutela della salute, in modo che non solo la disponibilità di moderni e anche costosi mezzi, ma anche la predisposizione di una struttura con determinate caratteristiche, prima che l’esigenza di garantire il lucroso esercizio della professione, presidia quella di individuare i bisogni del malato e di migliorare le capacità assistenziali di ciascun medico, il che comporta anche una riduzione della spesa sanitaria.
Sul piano strutturale, invece, la convezione richiede al medico la disponibilità di almeno uno studio con le seguenti caratteristiche:
– deve essere dotato degli arredi e delle attrezzature indispensabili per l’esercizio della medicina generale, di sala d’attesa, di servizi igienici, di illuminazione e aerazione idonea, compresi gli strumenti di ricezione delle chiamate;
– deve essere adibito o esclusivamente a studio medico con destinazione specifica o anche essere inserito in un appartamento di civile abitazione, con locali appositamente dedicati;
– se è ubicato presso strutture adibite ad altre attività non mediche o sanitarie soggette ad autorizzazione, deve avere un ingresso indipendente e deve essere eliminata ogni comunicazione tra le due strutture;
– deve essere aperto 5 giorni alla settimana, secondo un orario congruo determinato dal sanitario e in relazione alle necessità degli assistiti iscritti;
– le visite devono essere erogate attraverso prenotazione.

Pertanto, sulla base di tali considerazioni, la disponibilità di uno studio, da parte dei medici di medicina generale convenzionati con il servizio sanitario nazionale, avente le caratteristiche sopra indicate e obbligatorio ai fini della convenzione, non scaturisce autonoma organizzazione e pertanto non costituisce presupposto impositivo dell’Irap.

Moss: pronti gli schemi per la trasmissione dei dati

Approvati gli schemi di dati da trasmettere per via telematica ai fini dell’applicazione del regime speciale in materia di imposta sul valore aggiunto (denominato “Mini One Stop Shop”) e individuazione dell’ufficio competente (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 23 aprile 2015, n. 56191/2015).

Dal 1° gennaio 2015 è in vigore il nuovo regime Iva opzionale denominato Mini one stop shop (MOSS) applicabile agli operatori nazionali, alle stabili organizzazioni italiane di operatori extra Ue e agli operatori extra Ue non identificati in alcuno Stato membro.
La registrazione al mini sportello unico consente agli operatori di dichiarare e versare l’Iva dovuta sui servizi di telecomunicazione, teleradiodiffusione ed elettronici prestati a persone che non sono soggetti passivi Iva (B2C) senza necessità di doversi identificare in ciascuno Stato membro per effettuare gli adempimenti Iva dovuti.
Grazie al Moss, non è più obbligatoria l’identificazione dei fornitori in ciascuno degli Stati membri in cui vengono effettuate le operazioni Iva. Infatti, le dichiarazioni Iva trimestrali e i versamenti trasmessi telematicamente al Moss saranno inviati automaticamente ai rispettivi Stati membri di consumo, utilizzando una rete di comunicazioni sicura.
A tal fine l’Agenzia delle Entrate ha approvato lo schema di dati che si compone degli allegati A, B, C e D da trasmettere telematicamente nell’ambito del predetto regime.
Gli allegati A e C vanno presentati dai soggetti passivi domiciliati o residenti fuori dall’Unione europea, non stabiliti o identificati in alcuno Stato membro, questi devono presentare la richiesta di adesione al Moss (cd. Regime Non UE), in via telematica, seguendo lo schema dell’allegato A. Entro il ventesimo giorno del mese successivo al trimestre solare di riferimento, dovrà inoltre essere presentata la dichiarazione Iva Trimestrale compilata sulla base dello schema dell’allegato C, anche in assenza di operazioni Iva.
I soggetti residenti o domiciliati nel territorio italiano che non abbiano stabilito il domicilio all’estero, identificati in Italia (compresi quelli domiciliati o residenti fuori dell’Unione europea ma con una stabile organizzazione nel territorio italiano), invece, devono utilizzare l’allegato B (cd. Regime UE). Anche in questo caso, dovrà essere presentata la dichiarazione Iva trimestrale entro il ventesimo giorno del mese successivo al trimestre solare di riferimento, seguendo lo schema dell’allegato D.
Inoltre, il provvedimento definisce le modalità per la comunicazione di variazione dei dati e di cancellazione volontaria per cessata fornitura dei servizi o perdita dei requisiti necessari per aderire al Moss.
L’intero processo per l’identificazione, l’opzione, la comunicazione di variazioni di dati, la cancellazione e la dichiarazione trimestrale è disponibile sul sito istituzionale dell’Agenzia delle Entrate in un’apposita sezione, redatta anche in lingua inglese.

Gli adempimenti nello “split payment”

L’Agenzia delle entrate con la circolare n. 15/E del 2015 ha fornito ulteriori chiarimenti in ordine all’ambito applicativo dello “split payment” cioè il meccanismo della scissione dei pagamenti e agli adempimenti da espletarsi da parte dei soggetti coinvolti nella sua applicazione

Soggetti destinatari e non

A decorrere dal 1° gennaio 2015, con il meccanismo della scissione dei pagamenti al fornitore del bene o del servizio viene accreditato il solo importo del corrispettivo pagato dalla Pubblica Amministrazione, al netto dell’IVA indicata in fattura. Tale imposta viene, quindi, sottratta alla disponibilità del fornitore e accreditata in un apposito conto per essere acquisita direttamente dall’Erario (art. 17-ter del Decreto IVA inserito dall’art. 1, co. 629, lett. b), Legge n. 190 del 2014).
Nell’ambito soggettivo di applicazione dello split payment devono essere compresi, oltre agli enti espressamente elencati nell’articolo 17-ter del D.P.R. n. 633 del 1972, anche i soggetti pubblici che, in quanto qualificabili come loro immediata e diretta espressione, siano sostanzialmente immedesimabili nei predetti enti.
Sono da ricomprendere, ad esempio, anche i Commissari delegati per la ricostruzione a seguito di eventi calamitosi che gestiscono fondi di apposite contabilità speciali, qualificabili come organi dello Stato, nonché i Consorzi di Bacino imbrifero montani, in quanto consorzi tra enti locali obbligatori, ed i consorzi interuniversitari costituiti per il perseguimento di finalità istituzionali comuni alle università consorziate.
Lo split payment non può, invece, essere applicato alle operazioni effettuate nei confronti degli enti previdenziali che non hanno natura pubblica.
In linea generale, devono ritenersi esclusi gli enti pubblici non economici, autonomi rispetto alla struttura statale, che perseguono fini propri, ancorché di interesse generale, e quindi non riconducibili in alcuna delle tipologie soggettive annoverate dalla norma menzionata. Sono esclusi anche la Banca d’Italia e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI).
È possibile avvalersi, al fine dell’individuazione dei soggetti pubblici destinatari della disciplina della scissione dei pagamenti in base alla categoria di appartenenza, dell’ausilio dell’Indice delle Pubbliche Amministrazioni (c.d. IPA).
In caso di incertezza per i fornitori è sufficiente attenersi alle indicazioni fornite dalla PA committente o cessionaria, nel presupposto che la predetta PA abbia tutti gli elementi per valutare i propri profili soggettivi in ordine alla riconducibilità della stessa nell’ambito applicativo della scissione dei pagamenti.
Infine, resta ferma la possibilità per la PA, laddove dovessero permanere dei dubbi sull’applicabilità del meccanismo della scissione dei pagamenti alla stessa, di inoltrare specifica istanza di interpello all’Agenzia delle entrate.

Ambito oggettivo

Il meccanismo della scissione dei pagamenti si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi (compresi, pertanto, in via generale, gli appalti di lavori, in quanto prestazioni di servizi) effettuate, nel territorio dello Stato, nei confronti delle PA purché documentate mediante fattura emessa dai fornitori, che indichi, tra l’altro, l’imposta addebitata all’ente pubblico.
Rientrano, altresì, le operazioni per le quali trovano applicazione le modalità di fatturazione e i termini di registrazione speciali.
La disciplina dello split payment torna applicabile a tutti gli acquisti effettuati dalle PA individuate dalla norma menzionata, sia nell’ambito non commerciale in veste istituzionale che nell’esercizio di attività d’impresa, sebbene detti enti dovranno procedere in tali casi al versamento dell’imposta con modalità differenti.
Il predetto meccanismo non si applica, invece, alle fattispecie nelle quali la PA non effettua alcun pagamento del corrispettivo nei confronti del fornitore. Trattasi, in particolare, delle operazioni rese alla PA (ad esempio servizi di riscossione delle entrate e altri proventi) in relazione alle quali, il fornitore ha già nella propria disponibilità il corrispettivo spettantegli e trattiene lo stesso riversando alla PA committente un importo netto. In tali casi, l’imponibile e relativa imposta sono già nella disponibilità del fornitore.

Operazioni escluse

Sono esclusi dall’ambito applicativo della scissione dei pagamenti gli acquisti per i quali l’ente è “debitore d’imposta ai sensi delle disposizioni in materia di imposta sul valore aggiunto”.
Si tratta delle fattispecie di c.d. reverse charge in cui la veste di debitore d’imposta non è attribuita, come di regola, a colui che cede il bene o presta il servizio, bensì al cessionario o al committente, ai quali, dunque, non viene addebitata (in rivalsa) alcuna imposta, da parte di colui che ha compiuto l’operazione imponibile. In tali casi, sorge un debito IVA direttamente in capo alla PA, soggetto passivo acquirente, per i beni o servizi destinati alla sfera commerciale.
Nelle ipotesi in cui l’operazione di acquisto rientri, quindi, in una delle fattispecie riconducibili nell’ambito applicativo dell’inversione contabile c.d. reverse charge, non si applica la scissione dei pagamenti.

Fatturazione

In base al meccanismo della scissione dei pagamenti le PA che non rivestano la qualità di soggetto passivo dell’IVA, devono versare direttamente all’Erario, l’imposta sul valore aggiunto che è stata addebitata loro dai fornitori.
Ne consegue, sotto il profilo degli adempimenti, che per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate, i fornitori, emettono la fattura con l’annotazione scissione dei pagamenti” ovvero split payment ai sensi dell’articolo 17-ter del D.P.R. n. 633 del 1972.
Si ricorda che, a decorrere dal 6 giugno 2014, la fatturazione nei confronti di Ministeri, Agenzie fiscali e Enti nazionali di previdenza deve avvenire necessariamente in modalità elettronica. Il predetto obbligo di fattura elettronica riguarda, a decorrere dal 31 marzo 2015, anche le operazioni effettuate in favore di enti pubblici nazionali diversi da Ministeri, Agenzie fiscali e Enti nazionali di previdenza e Amministrazioni locali.
Per le operazioni rientranti nell’ambito applicativo della scissione dei pagamenti il fornitore della PA non potrà più procedere all’emissione delle fatture ad esigibilità differita né, su opzione, con esigibilità immediata.
Ai fini degli adempimenti connessi alla scissione dei pagamenti non rileverà il pagamento del corrispettivo, ma il momento della ricezione della fattura. Ai fini dell’individuazione del momento di ricezione della fattura, il rilascio, da parte del Sistema di Interscambio, della ricevuta di consegna, è sufficiente a provare sia l’emissione della fattura elettronica, sia la sua ricezione da parte della pubblica amministrazione committente. Tale ricevuta, infatti, è rilasciata in un momento sicuramente successivo a quello in cui la fattura è nella disponibilità della pubblica amministrazione committente.

Adempimenti delle PA

Il meccanismo della scissione dei pagamenti non fa venire meno in capo al fornitore la qualifica di debitore dell’imposta in relazione all’operazione effettuata nei confronti dell’ente pubblico. Quest’ultimo, infatti, ha solo l’onere di versare l’Iva relativa agli acquisti.
La fattura emessa dal fornitore e ricevuta dalla PA è annotata da quest’ultima nel registro di cui agli articoli 23 o 24 del D.P.R. n. 633 del 1972 nonchè nel registro degli acquisti di cui all’articolo 25 del D.P.R. n. 633 del 1972, ai fini dell’esercizio del diritto alla detrazione della relativa imposta.
Per quanto riguarda gli acquisti effettuati dalle PA nell’ambito delle proprie attività istituzionali non commerciali, il versamento dell’imposta dovuta deve essere effettuato, a scelta della pubblica amministrazione acquirente:
1) entro il giorno 16 di ciascun mese, cumulativamente per tutte le fatture per le quali l’imposta è divenuta esigibile nel mese precedente ovvero
2) con versamenti distinti dell’IVA, entro la medesima scadenza del 16 del mese successivo al momento di esigibilità:
a) in ciascun giorno del mese, per il complesso delle fatture per le quali l’imposta è divenuta esigibile in tale giorno;
b) per ciascuna fattura la cui imposta è divenuta esigibile.

Rimborso

Le operazioni da split payment danno diritto all’erogazione prioritaria se il presupposto del rimborso è quello dell’”aliquota media”, tenendo sempre conto del limite dell’ammontare dell’imposta applicata a tali operazioni nel periodo di riferimento. Diversamente dalle altre tipologie di rimborso prioritario, è, dunque, possibile che il rimborso da split payment, sia prioritario solo per una parte dell’importo, mentre la parte restante rimanga soggetta all’esecuzione ordinaria.
Nel caso in cui il contribuente che effettua operazioni soggette al regime della scissione dei pagamenti non abbia i requisiti per richiedere il rimborso con il presupposto “aliquota media”, può comunque chiederlo, ma in tal caso l’erogazione seguirà le vie ordinarie.

Regolarizzazione

Nel caso in cui la Pa, in veste di soggetto passivo, riceva una fattura irregolare dovrà fare ricorso alla procedura di regolarizzazione. Nell’ipotesi in cui il fornitore emetta una nota di variazione in aumento, torna sempre applicabile il meccanismo della scissione dei pagamenti e, pertanto, la stessa dovrà essere numerata, indicando l’ammontare della variazione e della relativa imposta e facendo esplicito riferimento alla fattura originaria emessa. Se la nota, invece, è in diminuzione e si riferisce a una fattura emessa applicando lo split payment, bisognerà comunque numerarla, indicare l’ammontare della variazione, della relativa imposta e fare riferimento alla fattura originaria, ma, trattandosi di una rettifica apportata ad un’Iva che non è confluita nella liquidazione periodica del fornitore, questo non avrà diritto a portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, ma dovrà limitarsi a procedere solo ad apposita annotazione in rettifica nel registro, senza alcun effetto nella liquidazione Iva.

Termini

Il meccanismo della scissione dei pagamenti si applica alle operazioni per le quali il corrispettivo è stato pagato dopo il 1° gennaio 2015, a patto che non siano state già fatturate anteriormente a questa data. Lo split paymentnon è, invece, applicabile alle operazioni per le quali è stata emessa fattura entro il 31 dicembre 2014 e che sono state effettuate entro lo scorso anno. Di conseguenza, per queste ultime operazioni, la Pa dovrà corrispondere al fornitore sia l’imponibile che l’imposta anche se il pagamento avviene dopo il 1° gennaio 2015. In questo caso è irrilevante se la fattura, emessa nel 2014, sia stata acquisita al protocollo della Pa acquirente nel 2015.

 

Sanzioni

Nel caso in cui la fattura non contenga l’indicazione “scissione dei pagamenti” o “split payment” è applicabile la sanzione amministrativa di cui all’articolo 9, comma 1, del Decreto Legislativo n. 471 del 1997. La sanzione non si applica nell’ipotesi in cui il fornitore si sia attenuto alle indicazioni fornite dalla PA in merito alla riconducibilità della medesima nell’ambito soggettivo di applicazione della scissione dei pagamenti, sempre che l’imposta sia stata assolta, ancorché in modo irregolare.
In relazione all’imposta addebitata dai fornitori le PA sono responsabili del versamento all’Erario dell’imposta.
L’omesso o ritardato adempimento del versamento all’erario (per conto del fornitore) da parte delle PA è sanzionato ai sensi dell’articolo 13 del Decreto Legislativo n. 471 del 1997 e le somme che l’ente pubblico avrebbe dovuto versare saranno riscosse mediante atto di recupero di cui all’articolo 1, comma 421, della Legge 30 dicembre 2004, n. 311.
Resta salva la non applicazione delle sanzioni per le violazioni commesse anteriormente alla data di pubblicazione della circolare in oggetto, date le obiettive condizioni di incertezza, sempre che l’imposta sia stata assolta.

 

Programmazione attività di vigilanza 2015

La programmazione dell’attività di vigilanza per l’anno 2015 conferma lesigenza di garantire una efficace presenza del personale ispettivo sul territorio nazionale, con l’obiettivo di contrastare illeciti sostanziali etutelare le condizioni dei lavoratori.

Obiettivo principale della citata programmazione è l’accertamento ed il contrasto ai fenomeni di irregolarità che destano maggior allarme economico sociale, primo fra tutti il frequente ricorso all’occupazione di lavoratori in nero, ulteriormente acuito dalla crisi economica. Al riguardo si registrano marcate differenze fra le regioni del Sud, dove l’occupazione di lavoratori in “nero” è più radicata e quelle del Centro e del Nord, dove il ricorso al lavoro sommerso ha una incidenza minore in rapporto al complesso delle irregolarità riscontrate.
Particolarmente interessati al lavoro sommerso sono l’edilizia, il commercio, la ristorazione e l’agricoltura, in quanto attività connesse a particolare intensità del lavoro in determinati periodi temporali, e ad un elevato turnover del personale. Si dovrà peraltro tenere conto del fatto che al lavoro sommerso sono strettamente legati altri fenomeni illeciti quali sfruttamento del lavoro minorile, forme di interposizione illecita nonché indebita percezione di prestazioni previdenziali ed assistenziali, senza trascurare la circostanza che i soggetti interessati spesso lavorano sostanzialmente in condizioni di totale assenza di tutele sociali, sanitarie e di sicurezza.
Oltre ai lavoratori minori, il lavoro “nero” coinvolge sempre più frequentemente categorie di soggetti particolarmente svantaggiati e, dunque, più vulnerabili, tra questi rientrano innanzi tutto i giovani nella fase di ingresso al mondo del lavoro ed i lavoratori stranieri.

Negli ultimi anni, l’aggravarsi della crisi economica ha determinato, inoltre, un incremento dell’inosservanza delle norme vigenti in materia lavoristica e previdenziale, nonché della concorrenza sleale fra le imprese, necessarie quindi azioni ispettive mirate a reprimere la diffusione di fenomeni illeciti quali:
– CCNL sottoscritti da parte di organizzazioni sindacali diverse da quelle comparativamente più rappresentative nelle diverse categorie con notevoli conseguenze negative sui profili retributivi dei lavoratori;
– elusioni poste in essere dalle c.d. cooperative spurie che sfuggono al controllo esercitato dalle cooperative centrali relativamente ai bilanci, sottraendosi al rispetto dell’attività indicata nello statuto e della vigente normativa lavoristico-previdenziale;
– fenomeni di somministrazione irregolare, abusiva o fraudolenta nell’ambito degli appalti, al fine di controllare le caratteristiche dei rapporti tra committenti, appaltatori e subappaltatori e gli aspetti relativi alla responsabilità solidale;
– comportamenti elusivi connessi al ricorso a forme di distacco non genuino, soprattutto con riferimento al frequente utilizzo abusivo dell’istituto del distacco transnazionale;
l’uso distorto, in funzione elusiva, dei contratti di lavoro atipici o flessibili (lavoro intermittente, vouchers, associazioni in partecipazione, collaborazioni coordinate e continuative a progetto, partite IVA, collaborazioni occasionali, contratti part-time, etc.), che spesso dissimulano rapporti di lavoro di natura subordinata, a tempo pieno ed indeterminato.

Nel corso dell’anno 2015, gli Uffici territoriali continueranno a fare ampio ricorso alla conciliazione monocraticadi cui all’art. 11 del D.Lgs. n. 124/2004, quale strumento privilegiatodi definizione delle richieste di intervento. Si tratta infatti di un istituto idoneo a garantire al lavoratore una tutela rapida e sostanziale sotto il profilo retributivo e previdenziale, consentendo in tempi brevi di definire una controversia di lavoro con conseguente deflazione del contenzioso.
Nell’ambito dell’esigenza prioritaria di garantire la tutela sostanziale del lavoratore, risulta confermata, anche per il 2015, l’importanza del ruolo svolto dall’istituto della diffida accertativa, finalizzato alla soddisfazione delle pretese patrimoniali del lavoratore, senza costi a suo carico, attraverso la rapida emissione di un titolo esecutivo direttamente spendibilead iniziativa dello stesso lavoratore nell’ambito di una procedura esecutiva.

Conversione permesso di soggiorno da lavoro stagionale a lavoro subordinato

Il Ministero del lavoro fornisce chiarimenti sulle condizioni necessarie affinché la DTL possa valutare positivamente l’istanza di conversione del titolo di soggiorno per lavoro stagionale in permesso di soggiorno per lavoro subordinato (Nota n. 2062/2015).

Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, datato 11 dicembre 2014 – come si ricorderà – è stata adottata per l’anno 2014 la “Programmazione transitoria dei flussi di ingresso dei lavoratori non comunitari per lavoro non stagionale nel territorio dello Stato”. In base al citato decreto, sono ammessi in Italia 17.850 lavoratori stranieri per motivi di lavoro subordinato non stagionale e di lavoro autonomo, compresa la quota di 2.000 unità già prevista a titolo di anticipazione per l’ingresso di cittadini dei Paesi non comunitari partecipanti all’Esposizione Universale di Milano 2015. In particolare, nell’ambito della stessa quota, è autorizzata la conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato di:
– 4.050 permessi di soggiorno per lavoro stagionale;
– 6.000 permessi di soggiorno per studio, tirocinio e/o formazione professionale;
– 1.000 permessi di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo rilasciati ai cittadini di Paesi terzi da altro Stato membro dell’Unione europea.

A chiarimento di quanto già indicato con precedenti circolari operative, il Ministero del lavoro torna sulla procedura di conversione del titolo di soggiorno per lavoro stagionale in permesso di soggiorno per lavoro subordinato, fornendo alcune precisazioni.
La Direzione territoriale del lavoro valuterà, per quanto di propria competenza, positivamente l’istanza di conversione sopraindicata avanzata dal lavoratore stagionale al primo anno di ingresso in Italia, in presenza delle seguenti condizioni:
– aver svolto un periodo lavorativo stagionale di durata non inferiore a tre mesi3, a prescindere dalla scadenza del periodo di lavoro stagionale autorizzato con il nulla osta al lavoro rilasciato dallo Sportello Unico per l’Immigrazione.
Tale condizione sarà verificata d’ufficio da parte della DTL tramite il riscontro, sia della comunicazione obbligatoria di assunzione, che dei relativi pagamenti contributivi agli Enti competenti effettuati a favore del lavoratore nel periodo considerato;
– congruità delle condizioni contrattuali proposte dal datore di lavoro per l’instaurazione del rapporto di lavoro a tempo determinato o indeterminato in rapporto alla sua capacità economica (attraverso la verifica da parte della DTL delle informazioni contenute nel Modello Q).