Periodi assicurativi maturati in Paesi extracomunitari convenzionati

Anche i periodi assicurativi maturati in Paesi extracomunitari convenzionati, certificati attraverso i formulari di rito previsti dalle singole Convenzioni bilaterali, sono da ritenersi utili ai fini del perfezionamento del requisito dei cinque anni richiesto per l’accredito della maternità al di fuori del rapporto di lavoro.

Gli articoli 25, co. 2, e 35, co. 5, del decreto legislativo n. 151/2001 prevedono, in favore degli iscritti al FPLD e alle forme di previdenza sostitutive ed esclusive dell’assicurazione generale per l’IVS, l’accredito figurativo e il riscatto, rispettivamente, dei periodi corrispondenti al congedo di maternità e al congedo parentale, collocati temporalmente al di fuori del rapporto di lavoro, a condizione che il soggetto possa far valere, all’atto della domanda, almeno cinque anni di contribuzione versata in costanza di rapporto di lavoro.
Successivamente, l’art. 2, co. 504, della legge n. 244/2007 ha stabilito che la facoltà di accredito e riscatto dei periodi di maternità al di fuori del rapporto di lavoro spetta a coloro che alla data del 27.04.2001 risultino iscritti in servizio, cioè siano in condizione attiva e non siano titolari di trattamento pensionistico alla data di entrata in vigore del decreto.
A seguito dei regolamenti comunitari di sicurezza sociale, entrati in vigore il 1° maggio 2010, con la circolare n. 82/2010 è stato precisato che qualora la legislazione di uno Stato UE preveda il requisito di determinati periodi di assicurazione, di occupazione, di lavoro autonomo o di residenza per il diritto o la durata delle prestazioni, per l’iscrizione all’assicurazione (obbligatoria, volontaria o facoltativa continuata), per l’ammissione ad un beneficio previsto dalla legislazione nazionale, l’istituzione competente debba considerare gli analoghi periodi svolti sotto la legislazione di altri Stati membri, come se si trattasse di periodi compiuti secondo la legislazione che essa applica.
Quindi si deve procedere alla totalizzazione dei periodi esteri, oltre che per il raggiungimento dei requisiti contributivi previsti per il diritto alle prestazioni e per l’autorizzazione alla prosecuzione volontaria, anche in tutti i casi in cui un requisito contributivo sia previsto per l’attribuzione di un beneficio all’interessato.
Alla luce della rilevanza di tale principio, il Ministero del Lavoro ha ritenuto che il citato requisito di cinque anni possa essere perfezionato anche con la totalizzazione di periodi assicurativi fatti valere in Stati UE, SEE e Svizzera, orientamento che l’Inps ha recepito con la circolare n. 41/2011.
Tanto premesso, il Ministero del lavoro investito di ulteriori dubbi sul punto ha chiarito che: “premesso che negli accordi bilaterali di sicurezza sociale stipulati con Paesi extra UE è contenuta la regola della totalizzazione e tenuto conto della portata generale di tale principio – posto a cardine del sistema di coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale dal Regolamento (CE) n.883/2004 – non si rilevano motivi ostativi a considerare anche i periodi di assicurazione maturati in Paesi extra UE convenzionati, ai fini del perfezionamento del requisito dei cinque anni richiesti per l’accredito della maternità al di fuori del rapporto di lavoro”. Pertanto, alla luce di quanto sopra, anche i periodi assicurativi maturati in Paesi extracomunitari convenzionati, certificati attraverso i formulari di rito previsti dalle singole Convenzioni bilaterali, sono da ritenersi utili ai fini del perfezionamento del requisito dei cinque anni richiesto per l’accredito della maternità al di fuori del rapporto di lavoro.
Analogamente a quanto previsto per gli Stati che applicano i regolamenti comunitari (cfr. circolare n.71/2012), l’accredito figurativo e il riscatto in argomento sono preclusi quando i periodi a cui si riferiscono risultino a vario titolo coperti negli ordinamenti pensionistici dei Paesi extracomunitari convenzionati.

Ripresa dei versamenti sospesi eventi sismici Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo

L’art. 8, co. 1, lett. b), D.L. n. 111/2019, con riferimento agli eventi sismici verificatisi nei territori delle Regioni Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo in data 24 agosto 2016, 26 e 30 ottobre 2016 e 18 gennaio 2017, ha disposto che la ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi, precedentemente fissata al 15 ottobre 2019, sia in unica soluzione che mediante rateizzazione, è stata prorogata alla data del 15 gennaio 2020.

L’articolo 48, comma 13, del decreto-legge n. 189/2016, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 229/2016, ha disposto, nei Comuni colpiti dagli eventi sismici verificatisi in data 24 agosto 2016, 26 e 30 ottobre 2016 e 18 gennaio 2017, la sospensione dei termini relativi agli adempimenti ed ai versamenti dei contributi previdenziali ed assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria, in scadenza nel periodo decorrente dalla data del verificarsi dell’evento calamitoso fino al 30 settembre 2017. Il termine per la ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi era stato fissato, da ultimo, a seguito dell’emanazione della legge n. 55/2019, di conversione del decreto-legge n. 32/2019, alla data del 15 ottobre 2019, in unica soluzione o, in alternativa, in un massimo di 120 rate mensili di pari importo, con il versamento dell’importo corrispondente al valore delle prime cinque rate entro il 15 ottobre 2019.
Tuttavia l’articolo 8, comma 1, lett. b), del decreto–legge n. 111/2019, con riferimento ai territori colpiti dagli eventi sismici in commento, ha disposto che gli adempimenti e i versamenti contributivi sospesi vengano effettuati in unica soluzione entro il 15 gennaio 2020, senza applicazione di sanzioni e interessi, ovvero mediante rateizzazione fino ad un massimo di 120 rate mensili di pari importo, con il versamento dell’importo della prima rata entro il 15 gennaio 2020. Pertanto, la ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi, precedentemente fissata al 15 ottobre 2019, sia in unica soluzione che mediante rateizzazione, è stata prorogata alla data del 15 gennaio 2020 (cfr. Messaggio Inps n. 3721/2019).

Il riscatto “agevolato” dei corsi universitari di studi

In appresso si riportano le indicazioni amministrative per l’applicazione della recente disciplina normativa (art. 20, co. 6, D.L. n. 4/2019) che ha previsto un nuovo criterio di calcolo dell’onere di riscatto dei periodi di studio universitari da valutare nel sistema contributivo.

Come noto, a decorrere dal 30 marzo 2019, è consentita la facoltà di riscatto dei corsi universitari di studi, per periodi da valutare nel sistema contributivo, anche per effetto del versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al minimale di reddito annuo per il versamento dei contributi previdenziali degli artigiani e degli esercenti attività commerciali (art. 1, co. 3, L. 2 agosto 1990, n. 233), moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti (FPLD), vigenti alla data di presentazione della domanda (art. 2, co. 5-quater, D.Lgs. n. 184/1997, inserito dall’art. 20, co. 6, D.L. n. 4/2019, conv. in L. n. 26/2019). L’importo retributivo di riferimento è rapportato al periodo oggetto di riscatto ed è attribuito temporalmente e proporzionalmente ai periodi medesimi. Il contributo è rivalutato secondo le regole del sistema contributivo, con riferimento alla data della domanda. Tale modalità di calcolo dell’onere è applicabile soltanto ai periodi del corso di studi che si collochino nel sistema contributivo della futura pensione (Inps, circolare 25 luglio 2019, n. 106). La facoltà è alternativa a quella che prevede il pagamento dell’onere rapportato alla retribuzione assoggettata a contribuzione nei 12 mesi meno remoti rispetto alla data della domanda di riscatto (art. 2, co. 5, D.Lgs. n. 184/1997). In ogni caso, non è ammesso che il riscatto determinato in base a una delle modalità, possa essere rideterminato in base alla modalità alternativa. In particolare, se il riscatto del corso di studi è già definito con l’integrale pagamento dell’onere dovuto, non si può chiedere la rideterminazione dell’onere in base ad una modalità alternativa, tuttavia se è iniziato il pagamento rateale, si può interrompere lo stesso, ottenere l’accredito del periodo corrispondente alla quota versata del capitale come già determinato e presentare, per il periodo del corso di studi residuo, una nuova domanda di riscatto il cui onere può essere determinato, a richiesta, con il criterio alternativo. Infine, se il riscatto non si è ancora perfezionato con l’accettazione dell’onere, è possibile ritirare la domanda e proporne una successiva, fermo restando che i criteri di calcolo dell’onere tengono conto della nuova data di presentazione della domanda (Inps, circolare 25 luglio 2019, n. 106). Non osta all’esercizio della facoltà la titolarità di contribuzione anteriore al 1° gennaio 1996. Nel caso in cui il corso di studi si collochi sia nel sistema retributivo che nel sistema contributivo della futura pensione, l’onere di riscatto viene quantificato utilizzando le seguenti due modalità:
a) per i periodi che si collochino nel sistema retributivo si utilizza il metodo della “riserva matematica” (art. 2, co. 4 D.Lgs. n. 184/1997);
b) per i periodi che si collochino nel sistema di calcolo contributivo, il soggetto può richiedere che l’onere sia quantificato in base a uno dei criteri alternativi (art. 2, commi 5 e 5-quater, D.Lgs. n. 184/1997).
Le domande di riscatto del corso universitario di studi devono essere presentate secondo le modalità già in uso. Ancorchè non sia previsto espressamente dalla normativa (art. 2, co. 5-ter, D.Lgs. n. 184/1997), i periodi così riscattati sono utili ai fini del raggiungimento del diritto a pensione (Inps, circolare 25 luglio 2019, n. 106). Per i soggetti “inoccupati” continuano ad applicarsi le ordinarie modalità di riscatto (art. 2, co. 5-bis, D.Lgs. n. 184/1997).

Indennizzo del danno biologico in forma capitale, nuovi importi e criteri dal 1° gennaio 2019

L’Inail, con circolare n. 27 dell’11 ottobre 2019, fornisce chiarimenti in merito all’applicazione della nuova Tabella di indennizzo del danno biologico in forma capitale, per gli infortuni verificatisi e le malattie professionali denunciate dal 1° gennaio 2019.

Come noto, il Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 45/2019, ha approvato, per il triennio 2019-2021, la nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale che sostituisce quella in vigore ai sensi del D.M. 12 luglio 2000. La nuova tabella è stata elaborata secondo i principi fondamentali con cui sono state formulate le previgenti. L’indennizzo, perciò, prescinde dalla retribuzione dell’assicurato, in quanto la menomazione in sé produce lo stesso pregiudizio alla persona per tutti gli esseri umani. Altresì, l’indennizzo è crescente al crescere della gravità della menomazione in misura più che proporzionale, sia in termini assoluti che relativi; infatti, al crescere della percentuale di invalidità, aumenta il peso di ciascun punto percentuale aggiuntivo, in quanto va ad incidere su di un quadro clinico maggiormente compromesso. Infine, l’indennizzo è variabile in funzione dell’età, ovvero decresce al crescere dell’età (Inail, circolare 4 agosto 2000, n. 57, punto 3.2.1). L’unica eccezione rispetto al passato riguarda la differenziazione di genere; la nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale, dunque, è unica sia per gli uomini che per le donne, mentre gli importi continuano a essere individuati per classi di età e per grado di menomazione dell’integrità psico-fisica compreso fra il 6% e il 15%. Gli importi indicati nella nuova tabella risultano, altresì, comprensivi della maggiorazione corrispondente ai due aumenti straordinari, fissati nella misura dell’8,68% dal 1° gennaio 2008 e nella misura del 7,57% dal 1° gennaio 2014 (aliquota complessiva 16,25%), da considerarsi ormai consolidati rispetto agli importi della tabella del 2000. In ogni caso, gli importi degli indennizzi del danno biologico in capitale, sono rivalutati annualmente, con decorrenza 1° luglio di ciascun anno di riferimento, sulla base della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. La nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale si applica per gli infortuni verificatisi e le malattie professionali denunciate dal 1° gennaio 2019.
Nei casi di unificazione dei postumi, ai fini della valutazione medico-legale, si fa riferimento a un’unica menomazione complessiva dove i singoli postumi degli eventi unificati perdono autonoma rilevanza e non possono essere più oggetto di valutazione separata. Ne consegue che, se il grado complessivo risultante dall’unificazione dei postumi è compreso tra il 6% e il 15%, si eroga il nuovo capitale che costituisce primo pagamento sull’evento unificato. Tenuto conto che la nuova tabella trova applicazione per gli eventi infortunistici verificatisi dal 1° gennaio 2019 e le malattie denunciate dalla predetta data, in caso di unificazione dei postumi ai fini della individuazione della tabella da applicare, si deve far riferimento alla data dell’ultimo evento lesivo occorso oggetto di unificazione. Pertanto, in caso di ultimo evento la cui data sia successiva al 1° gennaio 2019, può accadere che il maggior grado riconosciuto dia luogo per la prima volta ad un indennizzo in capitale o, viceversa, a un nuovo indennizzo in capitale, per essere stato già indennizzato il grado riconosciuto precedentemente alla unificazione. Nella prima ipotesi, si eroga l’importo del valore capitale applicando la nuova tabella al nuovo grado e all’età dell’assicurato al momento dell’insorgenza del diritto, cioè la data evento del nuovo infortunio o la data di ricezione della denuncia di malattia professionale. Nella seconda ipotesi, cioè nella fattispecie di nuovo indennizzo in capitale con precedente indennizzo riconosciuto su eventi pregressi, si utilizza sempre l’importo del valore capitale previsto dalla nuova tabella, in base al nuovo grado e all’età dell’assicurato al momento della data evento. In tale fattispecie, quest’ultimo importo va però decurtato di quanto già corrisposto, ricalcolato con riferimento all’età dell’assicurato e nella misura indicata nella nuova tabella.
Le richieste di aggravamento presentate dall’assicurato a far data dal 1° gennaio 2019, ai fini del riconoscimento o dell’adeguamento dell’indennizzo del danno biologico in capitale e che comportano, indipendentemente dalla data dell’evento lesivo, un aumento del grado di menomazione precedentemente indennizzato in capitale, ovvero, un primo indennizzo del danno biologico in capitale, si liquidano sul valore capitale previsto dalla nuova tabella. Per le modalità di calcolo dell’indennizzo del danno biologico in capitale, si deve fare riferimento all’età dell’assicurato e alla tabella indennizzo del danno biologico in capitale vigente al momento delle richieste di adeguamento (Inail, circolare 4 agosto 2000, n. 57, punto 3.2.6.1). In sostanza, si determina innanzitutto il capitale corrispondente al grado della menomazione accertato e, in esito alla domanda di aggravamento, si prende a riferimento l’età dell’assicurato al momento della richiesta e la tabella indennizzo del danno biologico vigente al momento medesimo. Dall’importo così determinato si sottrae il capitale corrispondente al grado di menomazione precedentemente indennizzato, ricalcolato prendendo a riferimento l’età dell’assicurato al momento della richiesta e la tabella indennizzo in danno biologico vigente al momento medesimo. Peraltro, ove detto capitale, per effetto di rivalutazioni della tabella indennizzo in danno biologico, nel frattempo intervenute, risultasse superiore a quello a suo tempo effettivamente corrisposto, si detrae l’importo effettivamente corrisposto. Con riferimento alle situazioni in cui la rendita cessa a seguito di recupero dell’integrità psico-fisica, con decorrenza dal 1° gennaio 2019, nei limiti del 16% e con grado accertato pari o superiore al 6%, l’indennizzo del danno biologico in capitale è liquidato nella misura indicata nella nuova tabella secondo i citati criteri (Inail, circolare n. 4 agosto 2000, n. 57).

Imprese a capitale misto e svolgimento di un pubblico servizio, dovuta la contribuzione CIG

In tema di contribuzione previdenziale, le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici. Si tratta, infatti, di società di natura essenzialmente privata, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, restando irrilevante la mera partecipazione, pur maggioritaria, ma non totalitaria, da parte dell’ente pubblico (Corte di Cassazione, ordinanza 09 ottobre 2019, n. 25364)

Una Corte di appello territoriale, confermando la sentenza del Tribunale di prime cure, aveva rigettato l’opposizione proposta da una società esercente pubblico servizio, avverso la cartella esattoriale con la quale le era stato ingiunto il pagamento in favore dell’Inps di contributi per Cigo, Cigs e mobilità, oltre a sanzioni e interessi.
Avverso la decisione, la medesima società ricorre così in Cassazione, lamentando che in ragione del peculiare oggetto sociale, ovvero la gestione di un pubblico servizio, della presenza di capitale pubblico, della “assoluta dominanza” dell’ente pubblico, dell’assoggettamento al regime di concessione pubblica, non si prestava ad essere inquadrata, come invece avvenuto nella decisione impugnata, nell’ambito della normale società per azioni di diritto comune. In altri termini, rilevato che, per la gestione di servizi, reti, impianti e beni, gli enti locali sono tenuti ad avvalersi di soggetti allo scopo costituiti nella forma di società di capitali con la partecipazione maggioritaria dei predetti enti, anche associati (art. 34, L. n. 448/2001), ciò avrebbe implicato che la società ricorrente dovesse essere annoverata nell’ambito delle “imprese industriali degli enti pubblici, anche se municipalizzate”, con esonero dall’applicazione delle norme sull’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria (art. 3, D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947).
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Secondo il consolidato orientamento di legittimità (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 14847/2009), in tema di contribuzione previdenziale, le società a capitale misto, ed in particolare le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici. Si tratta, infatti, di società di natura essenzialmente privata, finalizzate all’erogazione di servizi al pubblico in regime di concorrenza, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, e restando irrilevante, in mancanza di una disciplina derogatoria rispetto a quella propria dello schema societario, la mera partecipazione, pur maggioritaria, ma non totalitaria, da parte dell’ente pubblico. La forma societaria di diritto privato è per l’ente locale la modalità di gestione degli impianti, consentita dalla legge e prescelta dall’ente stesso per la duttilità dello strumento giuridico, in cui il perseguimento dell’obiettivo pubblico è caratterizzato dall’accettazione delle regole del diritto privato. Altresì, la finalità perseguita dal Legislatore nazionale e comunitario nella promozione di strumenti non autoritativi per la gestione dei servizi pubblici locali è specificamente quella di non ledere le dinamiche della concorrenza, assumendo rilevanza determinante, in ordine all’obbligo contributivo, il passaggio del personale addetto alla gestione del servizio dal regime pubblicistico a quello privatistico.