Coniugi in comunione legale: redditi da locazione al 50%

La Corte di Cassazione con la sentenza 11 febbraio 2016 ha affermato che i redditi dei beni che formano oggetto della comunione legale sono imputati a ciascuno dei coniugi per metà del loro ammontare netto

La locatrice propone ricorso per cassazione avverso la sentenza della CTR, con la quale è stato accolto l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione della CTP che aveva accolto il ricorso della contribuente ad impugnazione di avviso di accertamento per IRPEF, avviso adottato sulla premessa che la contribuente non avesse dichiarato un reddito da locazione di immobile diverso da abitazione, trattasi di un lastrico solare, di cui la stessa risultava essere comproprietaria in comunione con il marito e che la stessa aveva concesso in locazione.
Con la sentenza impugnata la CTR, dato atto che risultava provata la comproprietà dell’immobile in capo ai coniugi, ha evidenziato che il contratto di locazione era stato stipulato dalla sola moglie che aveva anche dichiarato di avere la piena e completa disponibilità dell’immobile, risultando pure che il canone doveva essere accreditato su un conto corrente intestato alla locatrice.
La moglie, d’altronde, non aveva comprovato la effettiva ripartizione del menzionato reddito tra lei ed il coniuge. Ciò posto, la CTR, argomentava nel senso che non si potesse presumere la ripartizione del reddito in argomento tra i coniugi e per il solo fatto che il bene risultasse cointestato, “in presenza della prova contraria fornita dagli articoli citati del contratto di locazione”, donde si evinceva che il canone era da attribuire alla sola moglie, cui pure andava imputata la omessa denuncia ai fini fiscali.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della contribuente richiamando l’art. 4 del tuir nella parte in cui dispone che “i redditi dei beni che formano oggetto della comunione legale di cui agli artt. 177 e seguenti del codice civile sono imputati a ciascuno dei coniugi per metà del loro ammontare netto o per la diversa quota stabilita ai sensi dell’art. 210 dello stesso codice.”.
Il menzionato art. 4 prevede, infatti, una imputazione necessaria dei redditi in parola, con la sola deroga riservata alla eventuale previsione di modifiche convenzionali stipulate a mente dell’art. 210 c.c., sicché altre pattuizioni, per di più intervenute con terzi estranei alla comunione legale, non sono idonee a modificare l’imputazione legale dei redditi ai fini fiscali. In presenza degli indicati presupposti di fatto, non avrebbe potuto il giudice del merito pretermettere l’applicazione della menzionata regola di legge per dare rilievo ad una pattuizione che non può avere efficacia di deroga rispetto alla disciplina imperativa contemplata dalla norma fiscale che, si ripete, per i redditi dei beni che appartengono alla comunione coniugale trova limite nella sola stipulazione della comunione convenzionale.

Ok all’esercizio di due distinte attività di estetista nel medesimo locale

Il titolare di un centro estetico può consentire l’utilizzo dei propri spazi ad altri estetisti imprenditori in possesso dei requisiti professionali, verso pagamento di un determinato corrispettivo, mediante il “contratto di affitto di cabina” (Ministero dello Sviluppo Economico – Parere n. 35008/2016).

Il contratto di affitto di cabina ha per oggetto esclusivamente l’utilizzo degli spazi e non anche l’utilizzo, per ovvie ragioni igienico-sanitarie, delle attrezzature e degli strumenti dell’attività. In altre parole, è vietato l’uso promiscuo dei medesimi strumenti utilizzati dal concedente da parte dell’affittuario.
Il suddetto rapporto contrattuale consente quindi lo svolgimento nel medesimo locale dell’attività di estetista da parte di due distinte imprese ma a condizione che ciascuna di esse individui un diverso responsabile tecnico per lo svolgimento dell’attività, il quale deve essere presente durante lo svolgimento dell’attività medesima.
Il professionista che mediante tale tipologie di contratto esercita la propria attività in altra sede è tenuto alla presentazione di apposita Segnalazione Certificata di Inizio Attività (S.C.I.A.) al comune competente per territorio.

Inoltre, poiché l’attività di estetista può essere svolta anche unitamente all’attività di barbiere o parrucchiere, purché in presenza dei relativi requisiti abilitativi, il titolare del centro estetico abilitato anche all’attività di acconciatore, può consentire l’utilizzo dei suoi spazi anche agli acconciatori abilitati mediante il “contratto di affitto di poltrona”. In tal caso, però, è necessario l’adeguamento dei locali all’esercizio di entrambe le attività, sia in termini di spazi che di conformità igienico-sanitarie.

Il trasferimento fuori termine comporta la revoca dei benefici “prima casa”

In materia di benefici “prima casa” non è applicabile l’esimente del fatto non imputabile al contribuente per evitare la decadenza dai benefici nell’ipotesi di mancato rispetto del termine previsto per il trasferimento della residenza nel Comune in cui è ubicata l’abitazione agevolata. Questo il nuovo principio affermato dalla Corte di Cassazione con la Sentenza n. 2616 del 10 febbraio 2016. 

IL FATTO

L’Agenzia delle Entrate notificava al contribuente avviso di liquidazione per la revoca delle agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa, accordategli all’atto della tassazione della compravendita, a causa dell’omesso trasferimento della propria residenza, nel termine perentorio di diciotto mesi previsto dalla normativa, nel Comune dove è ubicato l’immobile acquistato.
Il contribuente impugnava la revoca dei benefici fiscali sostenendo la sussistenza di una causa forza maggiore ostativa all’adempimento dell’obbligo di trasferimento, determinata dal sopravvenuto fallimento della società costruttrice dell’immobile, che aveva ostacolato il corso delle procedure amministrative funzionali al cambiamento della residenza.
Aderendo ad un consistente orientamento della Corte di Cassazione, il giudice tributario ha rilevato nelle motivazioni del contribuente l’esimente della causa di forza maggiore ed ha disposto l’annullamento dell’atto con il quale il Fisco aveva revocato i benefici fiscali “prima casa”.

LA DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Su ricorso dell’Amministrazione finanziaria che ha eccepito la possibilità di reperire modalità alternative di fissazione della residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile agevolato, la Corte di Cassazione si è pronunciata riformando la decisione del giudice tributario, con una netta revisione del prevalente orientamento secondo è ravvisabile una causa esimente dell’obbligo di trasferimento della residenza nel termine perentorio di 18 mesi dalla data di acquisto, nei fatti impeditivi sopravvenuti non imputabili al contribuente (causa di forza maggiore).
In particolare, i giudici della Suprema Corte hanno affermato il principio secondo il quale “qualora sia riconosciuta all’acquirente l’agevolazione prima casa, a condizione che egli stabilisca la propria residenza nel territorio del Comune dove si trova l’immobile acquistato nei 18 mesi successivi all’acquisto, il trasferimento è onere che conforma un potere dell’acquirente e che va esercitato nel suindicato termine a pena di decadenza, sul decorso della quale nessuna rilevanza va riconosciuta ad impedimenti sopravvenuti, anche se non imputabili all’acquirente”.

Il rimborso Irpef decade in caso di norma in contrasto con il diritto UE

11 febbraio 2016 La Cassazione con ordinanza 09 febbraio 2016, n. 2590 afferma che il termine di decadenza per il rimborso delle imposte sui redditi, decorrente dalla “data del versamento” o da quella in cui “la ritenuta è stata operata”, opera anche nel caso in cui l’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione europea da una sentenza della Corte di giustizia

La controversia posta all’esame della Suprema Corte ha ad oggetto l’impugnativa da parte del lavoratore contro l’Agenzia delle Entrate del diniego di rimborso delle ritenute Irpef effettuate dal datore di lavoro in sede di definizione anticipata del rapporto di lavoro a titolo di incentivo all’esodo.
La CTR aveva accolto l’appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP che ne aveva respinto il ricorso. Di conseguenza l’Agenzia ricorre in Cassazione per la violazione e falsa applicazione dell’art. 38 del dpr 602/73 in relazione all’art. 360,1 comma n. 3 c.p.c. laddove la CTR ha ritenuto tempestiva l’istanza di rimborso.
Al riguardo, la Corte di Cassazione afferma che il termine di decadenza per il rimborso delle imposte sui redditi, previsto dall’art. 38 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 e decorrente dalla “data del versamento” o da quella in cui “la ritenuta è stata operata”, opera anche nel caso in cui l’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione europea da una sentenza della Corte di giustizia, atteso che l’efficacia retroattiva di detta pronuncia incontra il limite dei rapporti esauriti, ipotizzabile allorché sia maturata una causa di prescrizione o decadenza, trattandosi di istituti posti a presidio del principio della certezza del diritto e delle situazioni giuridiche. Né, per giustificare la decorrenza del termine decadenziale del diritto al rimborso dalla data della pronuncia della Corte di giustizia, piuttosto che da quella in cui venne effettuato il versamento o venne operata la ritenuta sono invocabili i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di “overruling”, dovendosi ritenere prevalente una esigenza di certezza delle situazioni giuridiche, tanto più cogente nella materia delle entrate tributarie, che resterebbe vulnerata attesa la sostanziale protrazione a tempo indeterminato dei relativi rapporti. Nessun rilievo va conferito alla circostanza che la ritenuta sia stata effettuata sulla ritenuta d’acconto, non venendo in considerazione le ipotesi eccettuative nelle quali la giurisprudenza ha ritenuto che si debba fare riferimento alla data del versamento del saldo.
La Corte pertanto accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rigetta il ricorso proposto dal contribuente avverso il diniego di rimborso.

Impianti e reimpianti viticoli: pronte le modalità di autorizzazione

Fornite le procedure e le modalità di autorizzazione per i nuovi impianti e per i reimpianti viticoli valevoli fino al 31 dicembre 2030 (Ministero Politiche agricole alimentari e forestali – Decreto 15 dicembre 2015).

Le domande per le autorizzazioni dei nuovi impianti devono essere presentate al Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali dal 15 febbraio al 31 marzo di ogni anno in modalità telematica e mediante il SIAN (Sistema informativo agricolo nazionale). Nella stessa domanda possono essere richieste più autorizzazioni per vigneti da impiantare anche in regioni differenti.
Tali richieste sono considerate ammissibili se dal fascicolo aziendale del richiedente risulta in conduzione una superficie agricola pari o superiore a quella per la quale è richiesta l’autorizzazione. Se ammissibili, quindi, le richieste di autorizzazione sono raccolte a livello nazionale nell’ambito del SIAN entro il 30 aprile di ogni anno e rilasciate dalle Regioni competenti entro il 1° giugno di ogni anno sulla base dell’elenco trasmesso dal Ministero.

Le autorizzazioni per reimpianti sono invece concesse ai produttori che estirpano una superficie vitata e che presentano una richiesta alle Regioni competenti. Quelle per reimpianto di superfici estirpate dopo il 1° gennaio 2016 sono presentate alle Regioni in qualunque momento dell’anno entro la fine della seconda campagna viticola successiva all’estirpazione. Nel caso di reimpianto anticipato le domande comprendono inoltre l’impegno di estirpare la superficie vitata entro la fine del quarto anno dalla data in cui le nuove viti sono state impiantate.

Entrambe le autorizzazioni, di nuovi impianti e di reimpianti, sono gratuite e hanno una validità di tre anni a partire dalla data di rilascio.